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Dove vanno gli studi classici? Una riflessione sul XVI Congresso Internazionale di Studi Classici della FIEC

di Emanuele Lelli

23 Agosto 2022

Si è svolto a Città del Messico, dal 2 al 5 agosto, il XVI Congresso Internazionale di Studi Classici della Fédération Internationale des Associations d’études classiques (FIEC), che ha visto la partecipazione di oltre centocinquanta studiosi di vari campi delle scienze dell’antichità (tutto disponibile su https://www.iifilologicas.unam.mx/congresofiecmexico2022/index.php?page=programa). Moltissimi, com’era naturale che fosse, gli studiosi latinoamericani, molti del mondo ispanico e statunitense. Pochissimi dal mondo germanico e francese, pochi anche gli italiani, anche se va segnalata, oltre alle interessanti relazioni di giovani e giovanissimi, la presenza di alcune nostre grandi figure di riferimento, come Franco Montanari e Paola Volpe.
I temi proposti dall’organizzazione, accanto ad alcune tematiche ‘tradizionali’ (Géneros literarios; Geografía y literatura; Materialidades y textualidades), dicono molto della direzione degli studi sul mondo antico nel panorama internazionale, in particolare in quella parte del pianeta che, probabilmente, si avvia a costituire il più ampio bacino di futuri cultori delle nostre discipline. Diverse sessioni sono state dedicate a Negociación y subversión, con interventi sulla percezione dei ‘vinto’ e del ‘diverso’ tra mondo antico e moderno; Crítica al poder e imperialismo negli antichi e nei moderni; Apropiación e identidad nelle teorizzazioni antiche e nelle interpretazioni moderne e contemporanee, nonché nelle formulazioni linguistiche; Imperialismo y emancipación, con relazioni sulla violenza di genere e sul gender in generale; Nuevos acercamientos a la tradición clasica, sulla fortuna e la riscrittura dei classici in particolare nel nuovo mondo; Globalización y regionalismo, sugli incontri identitari tra cultura classica e culture ‘miste’; Naturaleza y cuerpo, sulla percezione del corpo negli autori antichi, alla luce delle teorie contemporanee.
Da segnalare, infine, le magistrali relazioni conclusive della sessione finale plenaria, intitolata Negotiation y Subversion: Postclassicisms: Value, di Simon Goldhill; Time, di James Porter; Responsibility and Postclassicisms Now, di Brooke Holmes e Miriam Leonard.
Sembra evidente, come dicevo, quale sia l’impulso, e l’interesse fondamentale, che anima i nostri colleghi antichisti (e umanisti) oltreoceano, ma non solo. I temi dell’identità culturale, del rapporto tra culture e potere, dei rapporti tra generi, dell’indagine sulla percezione del corpo, delle riscritture, appaiono quanto mai i più coltivati, e offrono interessanti spunti di riflessione a tutti i livelli, dalla scuola secondaria alle università. Si tratta di un modo di leggere i ‘classici’ che noi europei, a volte, guardiamo con un certo scetticismo, forse troppo legati a secoli di monumentale cultura filologica. È importante invece, credo, che diverse tradizioni di studi e di culture classiche dialoghino di più, all’insegna di una maggiore sinergia e, direi, contaminazione degli approcci. Le emergenti scuole (latino-)americane troveranno certamente giovamento da un più rigoroso ancoraggio alla tradizione filologica europea. Al contempo, anche le scuole europee ed anglosassoni di più antico lignaggio potranno ricevere positivamente le suggestioni di approcci culturali che vengano da società identitariamente complesse, che riescono a leggere nei greci e nei latini qualcosa in più di noi. Solo la coesistenza di queste due prospettive potrà fornire, ai nostri studi, e forse anche ai nostri studenti liceali, nuove motivazioni per rendere sempre più viva l’Altertumswissenschaft del futuro.
Al proposito, non sembri inopportuno rilevare che eventi di questo tipo, di tale portata culturale internazionale, avrebbero meritato (e meriterebbero nei prossimi anni), una visibilità ben maggiore, e una collocazione ben diversa nel periodo dell’anno. Si comprende certo che la maggior parte degli studiosi, in piena estate, è meno impegnata in didattica e ricerca, e può più agevolmente spostarsi per raggiungere mete anche lontane di convegni. Eppure le modalità online di fruibilità di un evento, ormai divenute ineliminabili (e impiegate anche in questo Congresso: molti, tra l’altro, erano i relatori collegati a distanza), avrebbero consentito in altro periodo dell’anno un pubblico ben maggiore del centinaio di spettatori di media che ha assistito alle relazioni. Temi così culturalmente incisivi e stimolanti avrebbero certamente riscontrato un numero di collegati, sia dal mondo accademico sia dai licei, assolutamente più ampio. L’auspicio dunque, in questo senso, è che il prossimo Congresso Internazionale della FIEC privilegi una maggiore fruibilità di tutti i soci (e non solo), rispetto ad una (forse) più agevole logistica dei relatori. Potremo così renderci sempre più conto, tutti, di dove stanno andando i nostri studi classici nel panorama internazionale.

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