Spesso si riflette – e si discute, anche – su quali siano le strade più efficaci per trasmettere, soprattutto alle nuove generazioni, la conoscenza del mondo antico, greco e romano. A partire, ovviamente, dalla platea più vasta che quel mondo frequenta quotidianamente, quella del liceo classico. Se si sommano studenti e docenti (anche in pensione) di licei classici pubblici e privati, e a questi si aggiungono anche gli universitari di quelle che una volta si chiamavano “lettere classiche”, e ora sono divise ed etichettate in diversi modi in numerosi corsi di laurea triennale e specialistica, si arriva ad un numero certamente non alto, circa duecentocinquantamila persone, ma sicuramente molto attivo e vivace nel dibattito culturale.
La conoscenza – direbbe Aristotele – passa per la curiosità, e per l’interesse. Ma quella curiosità – credo – va anche stimolata, e forse calibrata sul mondo attuale. Non si tratta di “attualizzazione” dell’antico, che è altra cosa, e attiene al lato artistico e creativo dell’interesse sul mondo antico: una Medea nera in Sudafrica negli anni dell’apartheid; le Supplici migranti mediorientali di Moni Ovadia nel 2017; una Lisistrata russa, come sarebbe appropriato oggi.
Ho scritto (https://www.anticoemoderno.org/2022/04/14/e-se-avessimo-dimenticato-letica/) che uno stimolo all’interesse per il mondo antico potrebbe passare, nel nostro tempo, per una lettura dei testi che valorizzi il loro aspetto etico, gli interrogativi che quegli autori pongono, ancora oggi, al nostro mondo. Se si legge così l’antico, anche autori a volte ritenuti meno indicati per suggestioni di questo tipo, forse perché, in un’inveterata tradizione scolastica e non solo, percepiti più ‘distanti’ di altri, possono offrirci stimoli sorprendenti.
Uno di questi, a mio avviso, è Archiloco, che com’è noto ci è giunto, tra l’altro, in uno stato estremamente frammentario, e che dunque è stato – ed è – oggetto di quella polifonica acribia filologica che spesso, invece di appassionare all’esercizio critico, spaventa i nostri ragazzi (e non solo).
Tra i primissimi poeti ad avere una fisionomia storica in Grecia, Archiloco è distante da noi oltre 2600 anni. Aristocratico forse decaduto, costretto ad offrire i suoi servizi di generale mercenario (non certo di soldato, come purtroppo ancora si legge), dovremmo immaginarcelo un po’ come i nostri capitani di ventura dell’età moderna. Colto, famoso, sarà protagonista, dopo la morte, persino di un culto che ne sfumerà la biografia nella leggenda. Di lui ci rimangono poco più di duecento frammenti, quasi tutti di un solo verso, accresciuti tuttavia, nell’ultimo cinquantennio, da un paio di brani finalmente più lunghi, restituiti da papiri egiziani.
In uno dei frammenti più famosi (19 nell’edizione di Martin L. West), come ci avverte Aristotele, che ha conservato i tre versi, a parlare è un carpentiere, Carone:
“οὔ μοι τὰ Γύγεω τοῦ πολυχρύσου μέλει,
οὐδ’ εἷλέ πώ με ζῆλος, οὐδ’ ἀγαίομαι
θεῶν ἔργα, μεγάλης δ’ οὐκ ἐρέω τυραννίδος·
ἀπόπροθεν γάρ ἐστιν ὀφθαλμῶν ἐμῶν.”
“A me non interessano i beni di Gige, carico d’oro,
né mi è mai presa invidia, né pretendo
imprese da dèi, e non bramo una gran tirannide:
non la degno neanche di uno sguardo”.
Il testo ha suscitato opposte interpretazioni: Carone è un campione della vita modesta? O queste sue iniziali parole sono il burlesco preludio al rammarico di non essere ricco e potente? Comunque stiano le cose, un senso profondo che Archiloco ha sotteso al brano mi sembra la sottolineatura di una gigantesca sperequazione economica e sociale tra ricchi e poveri: un tema attualissimo anche, o forse soprattutto, nel mondo di oggi, diviso tra poche decine di plutocrati e milioni di poveri assoluti.
Ancora Aristotele, nello stesso brano della sua Retorica, cita un secondo frammento archilocheo, dove “un padre si lamenta della figlia” (122 West):
“χρημάτων ἄελπτον οὐδέν ἐστιν οὐδ’ ἀπώμοτον
οὐδὲ θαυμάσιον, ἐπειδὴ Ζεὺς πατὴρ Ὀλυμπίων
ἐκ μεσαμβρίης ἔθηκε νύκτ’, ἀποκρύψας φάος
ἡλίου †λάμποντος, λυγρὸν† δ’ ἦλθ’ ἐπ’ ἀνθρώπους δέος.
ἐκ δὲ τοῦ καὶ πιστὰ πάντα κἀπίελπτα γίνεται
ἀνδράσιν· μηδεὶς ἔθ’ ὑμέων εἰσορέων θαυμαζέτω
μηδ’ ἐὰν δελφῖσι θῆρες ἀνταμείψωνται νομὸν
ἐνάλιον, καί σφιν θαλάσσης ἠχέεντα κύματα
φίλτερ’ ἠπείρου γένηται, τοῖσι δ’ ὑλέειν ὄρος”.
“Non c’è più nulla di inaspettato né di inatteso
Né di straordinario, dopo che Zeus, padre degli Olimpi,
da mezzogiorno fece notte, velando la luce
del sole splendente, e giunse agli esseri umani una triste paura.
Da allora gli uomini possono aspettarsi e credere ogni cosa:
e nessuno di voi si meraviglierà di quel che vede,
neanche se belve feroci scambieranno un pascolo marino
con delfini, e apprezzassero le risonanti onde del mare
più della terra, mentre questi preferissero abitare le selve sui monti”.
Anche questa volta il brano è stato variamente interpretato, a volte in modo metaforico e assolutizzante (il senso dell’inaspettato; la sorte che domina la vita): in modo inappropriato, credo, perché contrario alla situazione contingente menzionata proprio da Aristotele. In realtà, il tema più importante, e suggestivo, del frammento mi pare la polemica tra generazioni, tra padri e figli, che per la prima volta – rispetto al monolitico quadro di valori condivisi dell’epica omerica – affiora nella nostra tradizione europea, letteraria e probabilmente, sociale. Un altro tema assolutamente attuale di oggi.
Tra i brani più lunghi, e più discussi, un papiro ci ha restituito nel 1974 la narrazione di quella che – del tutto eufemisticamente – potremmo definire “avventura d’amore” di Archiloco con una ragazza, quasi sicuramente la sorella minore della sua promessa sposa, Neobule. Eufemisticamente perché, contestualizzata in un’età nella quale le ragazze non potevano quasi uscire di casa, e arrivare non vergini al matrimonio era considerato un disonore assoluto, il brano di Archiloco sarà stato, a tutti gli effetti, un brano di feroce diffamazione sociale. Con non minore impatto di un social dei nostri tempi, per una comunità cittadina ristretta nella quale le notizie correvano di bocca in bocca in bocca, il poeta ci appare qui come un hater del VII sec. a.C., e ci invita a riflettere sulle pesantissime conseguenze del distorto impiego delle comunicazioni sociali: il bersaglio delle sue diffamazioni si sarebbe tolta la vita per l’infamia di una reputazione distrutta; così vuole, almeno, una tradizione biografica ritenuta leggendaria: ma sarà davvero leggenda? Si pensi ai numerosissimi casi attuali di bullismo mediatico finiti in tragedia.
L’ultimo papiro attribuibile ad Archiloco, scoperto pochi anni fa, ci ha restituito un’elegia nella quale chi parla, stavolta proprio il poeta, sembra, afferma che “a volte anche fuggire di fronte al nemico è opportuno”, certamente per salvarsi, ma anche per riorganizzarsi e resistere. Un senso che, in fondo, sembra emergere anche da altri noti frammenti, come quando Archiloco (5 W.), per fuggire più in fretta, getta il suo pesante scudo, dichiarando tuttavia l’intenzione di comprarsene subito un altro, persino migliore; o come quando, beffardamente, esprime – o fa esprimere a qualcuno – la sconcertante verità di una vittoria in cui (101 W.):
ἑπτὰ γὰρ νεκρῶν πεσόντων, οὓς ἐμάρψαμεν ποσίν,
χείλιοι φονῆές εἰμεν
sette sono i caduti, che abbiamo raggiunto: mille siamo gli uccisori.
Anche in questi suoi brani ‘di guerra’, che oggi sono tornati drammaticamente attuali, Archiloco invita, in ultima analisi, a riflettere su un altro dei nodi etici più insoluti dei nostri tempi: il senso, i confini, e l’opportunità di quello che ancora oggi chiamiamo “onore”.
Archiloco potrebbe apparire, e spesso appare, un poeta arcaico distante dalla nostra sensibilità e dalla nostra società: se tuttavia se ne sottolineano i temi di fondo così attuali e stimolanti, pur nel distante quadro storico e antropologico, credo che la pratica didattica, ma anche il dibattito scientifico, potrebbero giovarsene non poco.



