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Una scuola senza amore

Emanuele Lelli

23 Luglio 2022

Quasi escluso dalle indicazioni nazionali per il biennio, l’amore – come tema letterario, culturale e storico – è assente proprio nell’età più densa di emozioni dei nostri studenti

Si afferma spesso, da qualche tempo, a livello di teorie e di strategie didattiche, che la scuola dovrebbe cercare di catturare l’attenzione dei ragazzi anche grazie a temi e percorsi che risultino vicini al loro mondo.
A pensarci bene, però, rileggendo le indicazioni ministeriali per il biennio delle superiori, uno degli aspetti che di quel mondo di adolescenti è protagonista – l’amore: forse i primi amori – risulta incredibilmente poco presente. Quasi escluso.
Si pensi, innanzi tutto, alle letture ‘fondamentali’ del biennio, quelle che si tramandano nella scuola italiana dai tempi di Gentile: i poemi omerici, l’Eneide, e i Promessi sposi. Capolavori assoluti e irrinunciabili, certo, eppure… Nell’Iliade, com’è noto, l’amore è praticamente assente. Dobbiamo accontentarci di quei (pur straordinari) trenta-quaranta versi dell’incontro fra Ettore e Andromaca: un amore che appartiene più alla sfera della famiglia, che a quella della coppia. Una coppia, a dire il vero, ci sarebbe: Achille e Patroclo. Ma, pur in epoca di rapporti (finalmente) liberi e libertà di gender, nella maggior parte dei nostri libri di testo il legame tra i due (com’è, del resto, in Omero) è adombrato talmente in chiaroscuro che, probabilmente, pochi ragazzi colgono il senso profondo: amore? amicizia? entrambi? o qualcos’altro? Finché qualcuno dei più ardimentosi, in classe, pone la fatidica domanda: “ma insomma, prof, i due stavano insieme o no?”.
L’Odissea offre ai nostri adolescenti molto di più, anche se, probabilmente, molto lontano dai loro canoni di amore (e forse pure dai nostri, oramai?). Una Penelope che aspetta vent’anni il marito, e finalmente lo riabbraccia (i due si toccano: evento più unico che raro); Circe e Calipso più inclini al possesso che all’eros; e quella splendida figura di Nausicaa, che sarebbe davvero la giusta protagonista di un vero e proprio sogno (non solo metaforico) d’amore, se alla fine non turbasse anche lei le nostre studentesse (almeno le più dotte) al momento in cui il/la prof è costretto/a a rivelare loro che Odisseo, beh, in fondo, potrebbe essere suo padre per l’enorme differenza d’età. Ma Odisseo, poi, dobbiamo chiederci: ha mai amato davvero qualcuna di queste? tranne Penelope, s’intende.
La breve parentesi odissiaca è però immediatamente chiusa da un altro poema senza eros, quello virgiliano. È vero che tra una Lavinia quasi inesistente e una Camilla che l’amore non sa neanche che cosa sia, si staglia la gigantesca figura di Didone: ma, ancora una volta, si tratta di un amore negato, e, tra le righe, persino poco ricambiato dallo scialbo e troppo ligio Enea, che – lo sappiamo tutti – non ci fa una gran bella figura.
Il culmine della latenza affettiva, nelle indicazioni ministeriali, arriva però al secondo anno, e occupa spesso, quantitativamente, un ruolo enorme, a mio avviso smisurato: i Promessi sposi. A un marziano che non conoscesse il romanzo, il titolo potrebbe sembrare alludere a trame appassionanti, persino accattivanti. In realtà si tratta del romanzo italiano dove meno compare l’amore (parola quasi assente dal lessico manzoniano): la castigata Lucia e la repressa Gertrude ne sono le due campionesse, ovviamente. Tanto storicamente lontane dai comportamenti sociali di oggi da destare nella maggior parte dei ragazzi – non me ne voglia Manzoni – più ironia che (almeno quello) occhio critico.
Da qualche anno, infine, è entrato nelle nostre indicazioni nazionali il suggerimento di avviare, alla fine del primo biennio, lo studio della storia letteraria. Bene. Sfortunatamente, però, la nostra storia letteraria inizia nel medioevo, un’età paleozoica per la concezione e la percezione dell’amore rispetto all’oggi. E d’accordo, tutto va storicizzato: ma, ancora una volta, far cogliere ai nostri adolescenti – abituati a salutarsi con uno smack, a camminare mano nella mano, a vestirsi grazie al cielo come desiderano – che alla fine del Duecento anche solo lo sguardo o il saluto di una ragazza, in quei rari momenti in cui le venisse concesso di uscire, sempre accompagnata da qualcuno, e muta, poteva rappresentare per un ‘corteggiatore’ qualcosa che riempisse il cuore, è compito difficilissimo. Per non parlare dell’idealizzazione cristiana e della metaforizzazione dell’amore stilnovistico: io ancora non l’ho ben compreso.
Certo, nei percorsi che i sempre più voluminosi manuali antologici ci propinano, il tema dell’amore è più presente: ma si tratta, spesso, di qualche pagina, sovrastata da altri percorsi. Qualche pagina nella quale si rincorrono, come velocissime stelle cadenti, testi africani e cinesi, russi o giapponesi, in prosa e in versi: un gran calderone dove è sempre più difficile trovare un filo rosso, e dove la necessaria contestualizzazione finisce per annacquare il senso profondo dell’esperienza di un eros da poter condividere, assaporare, comprendere.
Nell’età che ha appena superato l’innocenza, insomma, l’amore sembra davvero poco presente: un segno, ancora una volta, della poca attenzione, da parte ministeriale, a strategie didattiche che possano ‘accorciare’ le distanze tra la nostra tradizione culturale e il mondo reale dei nostri studenti.
Un suggerimento potrebbe essere quello di inserire nelle indicazioni nazionali (e, di conseguenza, nei libri di testo) un maggior repertorio di brani sull’amore, antichi e moderni: dai lirici greci agli elegiaci latini, passando per Catullo; dal romanzo antico a quello novecentesco; da D’Annunzio alla Merini, aprendo soprattutto ai contemporanei, che toccano corde più attuali, e comprensibili.
Fortunatamente, comunque, e non in pochi casi, le nostre programmazioni individuali, anche grazie a letture (consigliate) innovative e sempre più mirate a leggere in modo diverso gli antichi, riescono a superare anche l’ennesima impasse, e a rendere meno anaffettivi i nostri percorsi culturali.

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