Si è svolta dall’8 all’11 settembre la prima esperienza di vacanza-studio organizzata dalla Delegazione “Antico e Moderno” dell’AICC.
Αἰαίην δ’ ἐς νῆσον ἀφικόμεθ’· ἔνθα δ’ ἔναιε
Κίρκη ἐϋπλόκαμος, δεινὴ θεὸς αὐδήεσσα,
αὐτοκασιγνήτη ὀλοόφρονος Αἰήταο·
E giungemmo all’isola Eea: lì abitava
Circe dalla bella chioma, tremenda dea dalla parola umana,
sorella di Eeta dal duro cuore.
(Hom. Od. X, 135-137)
San Felice al Circeo, con la sua tiepida brezza, il lento infrangersi delle onde sulla spiaggia, le incantevoli grotte in cui ancora risuona il nome della maga Circe, ha accolto la prima esperienza di vacanza studio ideata e promossa dalla Delegazione AICC “Antico e Moderno”: Da Elena a Circe. Mito ed Epica in Grecia e a Roma.
I partecipanti hanno avuto modo di assistere ad un ciclo di interventi particolarmente importanti, tutti incentrati sul tema dell’epica.
Il genere epico è come un filo che collega uomini e epoche storiche, unisce la remota civiltà micenea al nostro ancora giovane millennio. Emanuele Lelli (Liceo Tasso di Roma), nella sua conferenza Per una socio-antropologia dell’epos ha tracciato la storia della parola “epica”, che, affondando le sue radici nel greco ἔπος, condivide la radice sanscrita vacas con il latino verbum. È la parola più nobile che si possa incontrare, come poi ha sottolineato anche Mario Lentano (Università di Siena). Il bisogno di narrare il passato per comprendere l’esperienza umana attraverso il mito è da sempre appartenuto all’uomo. Tuttavia, è naturale chiedersi se quei valori veicolati dai poemi siano sempre stati condivisi. Per rispondere a questo interrogativo, Lelli ha tracciato una panoramica da Omero a Riano di Creta, coinvolgendo Ennio, Virgilio, Quinto di Smirne e Ditti di Creta.
Oὐκ ἀγαθόν πολυκοιρανίη, non è un bene il governo dei molti (Om. Il., II, 204): è il verso pronunciato da Odisseo, che stigmatizza appunto il “governo dei molti”; sembrerebbe riferirsi alla democrazia, ma in realtà, a seguito degli studi di Aristotele, Teofrasto ed Eustazio di Tessalonica, la critica è rivolta all’oligarchia.
Viene così alla luce il primo ruolo assunto dall’epica nella storia, quello paideutico. Essa è la maestra delle classi dominanti e, come la favola, presenta una morale quasi sempre reazionaria. D’altronde, la prima edizione ufficiale dell’epica omerica risale proprio ai tempi di Pisistrato.
Sicuramente il trionfo del ciclo epico, in epoca classica, è dovuto al fascino della narrazione: gli eroi sono paladini di valori trasversali, quali la τιμή, la fedeltà (concepita come sacra), l’ospitalità e il coraggio.
Già dalle origini il genere epico mostra il suo carattere duttile, che viene maggiormente messo in risalto quando il protagonista, da eroe appartenente ad un passato mitico, diventa un uomo reale, e quindi si fonde con la storiografia. L’epica diventa argomento storico. In questo nuovo ambito si collocano Eumelo di Corinto, con i suoi Korinthiaca, e Riano di Creta, autore di Achaikà e Thessalikà.
Nel IV sec. a.C. Alessandro Magno conquista la Grecia in pochissimo tempo e sposta l’asse culturale da Atene ad Alessandria d’Egitto, che, insieme alle altre capitali dei regni ellenistici, attira intellettuali provenienti da ogni dove. Nasce il fenomeno che porterà poi il nome di “mecenatismo”: i sovrani si circondano e accordano i loro favori agli intellettuali, ricavandone in cambio sostegno e fama.
Dall’epica di argomento storico si passa all’epica encomiastica: Alessandro è il sovrano per cui sono state scritte tantissime opere. Proprio nella città che porta il suo nome, nel III sec. a.C., emerge Callimaco, che, rinnovando contenuti e forme crea il nuovo genere dell’epillio.
Operando in modo a lui quasi antitetico, Apollonio Rodio compone Le Argonautiche: il mito della conquista del Vello d’Oro permette all’autore di indagare più la complessa psicologia dell’innamorata Medea rispetto a colui che dovrebbe essere il vero protagonista, Giasone, che diventa quasi una sorta di antieroe.
Valentina Zanusso (Liceo Benedetto da Norcia di Roma), ha affrontato Quinto di Smirne e Ditti di Creta nel suo intervento Non solo Omero: imitazioni e riscritture. Nei Τὰ μεϑ’ Ὅμηρον (Posthomerica), Quinto di Smirne ha come modello, oltre alla tragedia classica, i poemi omerici e i poemi del ciclo, seppur con grandi differenze, riscontrabili nell’eliminazione di alcuni episodi, variazione di altri e allusioni alla tradizione, e infine nell’amplificazione di altri passi, al fine di rendere tutto più ricco di pathos. Ditti di Creta presenta un’Iliade nuova, opposta alla tradizione, in cui i personaggi sono completamente stravolti: Ulisse è spietato, Achille un vile traditore. La storia del testo è rocambolesca: Ditti compose in lingua fenicia, la sua opera fu conservata in una tomba di Cnosso e rinvenuta, a seguito di un terremoto, nell’epoca di Nerone, il quale ne ordinò la traduzione in lingua greca; Lucio Settimo, altrimenti ignoto, tradusse la versione greca in lingua latina. Proprio nel 1907 fu rinvenuto l’originale greco a Ossirinco: un piccolo papiro, di dimensioni tascabili, per cui si deduce che fosse un’opera divulgativa, di evasione, e rivolta ad un ampio pubblico.
L’epica trova poi terreno fertile nella cultura latina per affermarsi e trionfare. E Virgilio ne è il migliore esempio.
L’epica è correlata alla dimensione stra-ordinaria, eccezionale, in cui una civiltà pone la sua cultura, il proprio mito di fondazione, le res gestae del proprio eroe nazionale, le quali si intrecciano con le imprese e le volontà degli dei. Come ha sottolineato Mario Lentano con un intervento dal titolo Motivi trasversali, la poesia epica è fuori dall’ordinario proprio per il fatto che, pur trattando di memoria storica, è poesia e non prosa. Il particolare importante è che il poeta non esprime le proprie idee, ma espone quanto gli viene rivelato dalle Muse, depositarie di cultura: senza memoria del passato non esiste futuro. Virgilio incarna perfettamente questa concezione: l’Eneide si apre col verbo cano, “cantare”, o meglio “profetizzare”, ha a che fare con l’eccezionalità della parola epica, con il sapere posseduto da una divinità o da un indovino.
Ulteriore vocabolo molto impiegato da Virgilio, (circa 170 volte nell’Eneide), è ingens: è composto da in, intensivo ma anche privativo + gens, gentis: l’argomento trattato non è solo quello della gens, ma di tutta la latinità.
La mancanza di ordinarietà dell’epos risalta quando le coordinate spazio-temporali sfumano nell’indefinito, quando tutto è possibile: il sogno consente il confronto tra dei e mortali, tra vivi e morti. Proprio sul tema del sogno, zona franca tra realtà e finzione, è intervenuto Giampiero Scafoglio (Université Côte d’Azur). La componente onirica è un argomento che ancora una volta unisce antico e moderno, e, nella letteratura latina, compare per la prima volta in Ennio, il quale racconta come Omero gli sia apparso in sogno e, dopo aver esposto la teoria orfico-pitagorica della metempsicosi, abbia affermato di essersi reincarnato proprio in lui. Ennio è dunque l’Homerus Romanus, definito da Orazio l’alter Homerus. Per comprendere questo frammento è necessaria la testimonianza di Lucrezio che, in De rer.nat. I, 112-126, spiega come in Ennio si avverta la contaminazione della filosofia con la mitologia in quel dominio soggettivo che è il sogno. Oltre ad essere portatore di un messaggio metaletterario nel proemio, il sogno permette di indagare l’animo dei protagonisti, in particolare in Annales, 34-50, in cui è finemente analizzata la psicologia di una donna, Rea Silvia, e un evento fino a quel momento considerato reale ha la possibilità di trasformarsi in sogno. Un amore proibito viene consumato tra le braccia di Morfeo: il Fato ha deciso tutto, come decise della caduta di Troia (anche questa narrata in sogno da Ettore ad Enea). Nel sogno, in questo passo dell’Eneide (II, 268-297), Ettore, ricoperto di plurima vulnera, rivela il munus di Enea: dare origine al popolo romano trovando una nuova patria per i Penati, divinità prettamente romane, non troiane: una spiegazione può essere rintracciata nel fatto che il “corpo” di Troia è stato sì distrutto, ma il suo animo, il suo spirito continuerà a vivere in Roma…
Possono essere illustrati altri modi per approcciare l’epos?
Ilaria Sforza (Liceo Visconti, Roma) propone una angolatura particolare, attraverso lo studio del duale, che, oltre ad essere un fenomeno linguistico, è anche culturale, in quanto da ciò discende il tema del doppio. Ha proposto così di analizzare il criterio di utilizzo del duale come “coppia”, sia in ambito letterario che in ambito iconografico (confronto con immagini su vasi).
Vengono espressi con questa particolare forma gli organi, le parti del corpo doppie, ma anche le coppie di eroi omonimi (come i due Aiace) e le coppie di fratelli, come i Dioscuri, definiti con un hapax legomenon αύτοκασιγνήτω. Anche gli Atridi, Agamennone e Menelao, sono identificati con un epiteto al duale, nonostante i due presentino, come sottolinea Eschilo nell’Agamennone, caratteri marcatamente opposti. Anche nell’iconografia il ‘duale’ indica opposizione in caso di duelli, come ad esempio per Eteocle e Polinice, che si distruggono a vicenda, o legame, come per Castore e Polluce che vanno concordi verso l’altare, in una kylix a figure rosse. Il duale rappresenta, quasi sempre, un universo valoriale prettamente maschile, basato su coppie di fratelli, concordi o fratricidi.
Gli eroi epici, per comprendere se stessi, dovevano confrontarsi con l’altro, e le principali forme di alterità sono gli dei, la morte e il volto dell’essere amato. La divinità è stata definita da Fabrizio Spagnol (Declinazioni del maschile nell’epica dell’eroe: Ettore e Achille, Odisseo ed Enea), come uno stato d’animo capace di pervadere l’uomo e fargli compiere l’azione più eccellente. Lo studio di Omero permette dunque di entrare in contatto con un qualcosa di superiore. Achille, l’eroe per definizione, è il simbolo della tragedia in quanto sta a metà tra mortalità e immortalità: egli non sa vivere e morire né come un uomo, né come un dio, la sua è la parabola di un dramma. Ettore si pone a confronto con il volto di Andromaca: celeberrimi i versi del sesto canto dell’Iliade, in cui il primogenito di Priamo appare come modello di guerriero, padre e marito. Odisseo, invece, si confronta costantemente con la morte in tutte le sue declinazioni: il sonno, la fame, la fatica, l’oblio. Enea, infine, si confronta con la dimensione divina, si rialza costantemente perché pius. La sua forza risiede nella solidità, nel sapersi rialzare sempre: ciò che Livio esalterà nell’agere et pati fortia Romanum est: “è carattere del Romano sia comportarsi che sopportare in modo virile”.
Il mondo classico ha indagato nell’animo non solo di eroi, ma anche di eroine: Penelope, moglie; Medea, madre; Elena, amante e moglie; Antigone, sorella e figlia; sono tutte dominate da passioni e pulsioni impossibili da reprimere.
Marinella Linardos, psicologa e presidente della Comunità Ellenica di Roma e Lazio, con un intervento dal titolo Declinazioni del femminile: moglie, madre, amante e figlia (da Penelope a Medea, da Elena a Antigone) ha illustrato la complessità della figura di Penelope già in Omero, ma anche le riscritture ad opera di Oriana Fallaci, Margaret Atwood e Yiannis Ritsos. Medea, colei che uccide i suoi figli per vendicarsi del marito traditore, diventa emblema del narcisismo ferito, la cui diretta conseguenza è il commettere omicidio. Antigone preferisce morire per ciò che lei ritiene sia giusto, “συμφιλεῖν ἒφυν” (sono nata per condividere l’amore), ed anche la figlia di Edipo è simbolo di narcisismo distruttivo.
Molto ricca di spunti la rielaborazione successiva, con le riflessioni dei partecipanti, svoltasi sulla spiaggia di San Felice Circeo sabato 10 settembre, dalle 21.00.
A concludere questa fiabesca vacanza studio Giulio Guidorizzi, presidente dell’AICC “Antico e Moderno”, ha illustrato il grande problema antropologico che incontra chi si accinge a tradurre l’Iliade, a partire dai primi versi. Udendo μήνις non può non saltare alla mente “ira”: μήνις, tuttavia, indica non solo un moto psicologico dell’eroe omerico, ma uno stato d’animo per cui “ira” non è sufficiente; la traduzione migliore potrebbe dunque essere “rabbia”. Ψυχάς (Il, I, 3) non è solo l’anima, ma la vita stessa che viene gettata nell’Ade. Guidorizzi ha deliziato il suo pubblico con la lettura in anteprima dei primi 250 versi circa dell’Iliade da lui tradotti per la futura edizione Lorenzo Valla.
“Classico è colui che crede di essere scaldato dallo stesso sole che scaldava Omero”, affermò Goethe.
Classico è ciò che non smette mai affascinare e di interrogarci. Come ancora una volta è emerso, anche in questa bellissima esperienza.


