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Frazer e Il Ramo d’oro. A 100 anni dalla pubblicazione dell’Editio Minor (1922-2022)

di Federica Zigarelli

6 Ottobre 2022

Si è svolto tra Ariccia e Nemi, dal 29 settembre al 2 ottobre 2022, il convegno per il centenario del Ramo d’oro di Frazer, promosso dal Museo delle religioni “Pettazzoni” di Velletri, con la collaborazione della Delegazione AICC “Antico e Moderno”.

Non è una novità affermare che Il Ramo d’oro di sir James George Frazer rappresenti uno dei capisaldi del moderno pensiero occidentale, nonché un pilastro fondante della disciplina antropologica. Si tratta di un testo che a cento anni di distanza dalla sua Editio Minor non cessa di far parlare di sé, costituendo ancora oggi un’inesauribile fonte di dibattito. Lo spinoso problema che si pone costantemente al giudizio degli studiosi contemporanei è il seguente: cosa custodire e cosa invece problematizzare dell’insegnamento frazeriano? Questa è la domanda principale cui si è tentato di rispondere – senza alcuna pretensione di esaustività – nel corso del Convegno “Frazer e Il Ramo d’oro. A 100 anni dalla Pubblicazione dell’Editio Minor (1922-2022)”, svoltosi dal 29 settembre al 2 ottobre 2022 grazie al Museo delle Religioni “Raffaele Pettazzoni” e in collaborazione con l’Associazione Italiana di Cultura Classica – Delegazione “Antico e Moderno” e l’ISMEO – Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente. L’incontro ha portato all’attenzione del pubblico, composto da esperti e studenti, un bilancio della portata dell’opera frazeriana per come emerge nel panorama attuale degli studi.
Se da un lato, infatti, la teoria dei tre stadi dell’evoluzione culturale (magia, religione, scienza) è stata da tempo superata, molte intuizioni seminate dall’accademico di Cambridge sono ancora del tutto condivisibili e da esplorare. Gli interventi del convegno hanno permesso di riflettere sulla ricezione de Il Ramo d’oro negli studi da differenti angolazioni grazie alla compartecipazione di specialisti di diversa formazione – in particolare antropologi, archeologi, filosofi, filologi, storici delle religioni – il cui confronto ha posto in evidenza la portata trasversale e pluridisciplinare dell’eredità frazeriana, sottolineandone alcuni apporti essenziali per la ricerca storico-religiosa e antropologica.
Se Ludwig Wittgenstein parlava di Frazer come del «più selvaggio della maggioranza dei selvaggi» , mettendone già in discussione il metodo («l’errore nasce solo quando la magia viene spiegata come scienza»), Antonio Di Chiro (Università degli Studi del Molise), tentando di oltrepassare il relativismo wittgensteiniano, ha invece evidenziato la precoce abilità frazeriana di porre in dialogo reciproco le culture prese in esame, senza relegare l’antropologia a mera ‘spettatrice’ e scienza descrittiva: nella misura in cui l’Antropologia si nutre – per definizione potremmo dire – del contatto tra i popoli, non è evidentemente un caso che James G. Frazer sia considerato uno dei padri della disciplina.
Il contributo di Frazer si è rilevato fondamentale non solo per l’indagine antropologica sulle cosiddette popolazioni “primitive”, ma anche nello studio dell’Antichità. In questo senso gli interventi di Anna Smeragliuolo Perrotta (Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”), Carmine Pisano (Università degli Studi di Napoli Federico II) e Paola Corrente (Università degli Studi di Salerno) hanno discusso il peso che il pensiero frazeriano – in particolare per quel che riguarda i concetti di regalità magica, sacrificio sostitutivo e la celebre categoria del ‘Dying God’ – ha esercitato da un lato nell’interpretazione di sir Arthur J. Evans della regalità minoica a Creta, dall’altro nell’analisi di celebri miti come quello di Atamante e Frisso, o di divinità quali Dioniso, Baal e Inanna/Ishtar. Nonostante i limiti di applicazione dell’impianto teoretico frazeriano in questi contesti, ciò che si è voluto porre in risalto è un merito del tutto originale di Frazer: la capacità di considerare la cultura greca (e non solo) non come una monade isolata nel suo contesto storico-geografico, bensì un sentiero da (ri)collocare all’interno di un crocevia più ampio e complesso di scambi. In questo senso «per Frazer i Greci sono già Greci senza miracolo» (Carmine Pisano).
Nel corso dei quattro giorni del convegno, l’opera di Frazer è stata letta anche alla luce delle sue implicazioni artistiche, in particolar come fonte di inspirazione per la letteratura otto-novecentesca. È così che Paola di Mauro (Università degli Studi di Messina) si è ad esempio occupata del rapporto intercorso tra Il Ramo d’oro e il genere favolistico anglosassone, mentre Lia Giancristofaro (Università degli Studi “Gabriele D’Annunzio” Cheti-Pescara), ponendo in risalto il crogiolo di relazioni intellettuali in cui si inserisce l’opera di Frazer, ha rilevato un possibile trait d’union tra il pensiero frazeriano e la figura del ‘Verga antropologo’. Uno studio a sé è stato poi consacrato da Alessandra Ciattini (Sapienza Università di Roma) al significato dello stile frazeriano e al rapporto tra quest’ultimo e il pensiero dell’Autore. Il Ramo d’oro è in effetti un’opera imponente non solo per il suo ruolo agli albori della disciplina antropologica, ma anche per l’alto valore letterario, cui Frazer stesso attribuiva particolare importanza: l’elaborazione letteraria diveniva così, più che un semplice esercizio retorico, lo strumento principale attraverso cui trasmettere il proprio pensiero ai lettori, esperti o meno. A dispetto del rigido concetto anglosassone di scienza, il lavoro frazeriano si fonda dunque su una «contraddizione dialettica» tra l’Autore-antropologo e l’Autore-scrittore, da cui emerge la consapevolezza per cui la conoscenza può essere veicolata anche attraverso testi non redatti secondo uno stile “asettico” che si vorrebbe caratterizzasse la scienza in quanto tale.
Durante il convegno, inoltre, è stato conferito il premio “James G. Frazer per l’Antropologia e la Storia delle Religioni” a Paolo Scarpi (Università degli Studi di Padova) da parte dell’Associazione Italiana di Cultura Classica – Delegazione “Antico e Moderno” e del Museo delle Religioni “Raffaele Pettazzoni”, a traguardo dei successi che hanno costellato la lunga carriera dello storico delle religioni. Proprio per celebrare quest’ultima, è stato presentato il volume miscellaneo In viaggio verso le stelle. Storie di miti, culti ed eroi. Scritti in onore di Paolo Scarpi per il suo settantesimo compleanno, pubblicato a cura della casa editrice Aracne. Nel corso del suo intervento, Paolo Scarpi, dopo aver rievocato il percorso che lo ha condotto alla Storia delle Religioni, ha ragionato sul futuro della disciplina, riflettendo al tempo stesso a proposito dell’eredità tramandata da Frazer. In particolare, parole di apprezzamento sono state spese a proposito del concetto frazeriano di magia, rapportata ne Il Ramo d’oro più alla scienza che alla religione: «[…] l’analogia tra la concezione magica e quella scientifica del mondo è assai stretta. In ambedue la successione degli eventi è considerata perfettamente regolare e certa, essendo determinata da leggi la cui azione può essere calcolata precisamente; gli elementi di capriccio, di caso, di accidente, sono banditi dal corso della natura: chi la conosce può dominarla. Di qui la forte attrazione che la magia e la scienza esercitano sulla mente umana; di qui il possente stimolo che ambedue hanno dato alla ricerca della conoscenza. Esse allettano lo stanco investigatore e l’affranto ricercatore nel deserto delle delusioni con le inesauribili promesse dell’avvenire» . Lo scarto da perseguire rispetto alla teoria frazeriana, tuttavia, è considerare a pari merito queste tre categorie (magia, religione e scienza) nel loro insieme come parte integrante di ciò che chiamiamo cultura.
Uno spazio a sé ha poi avuto durante le giornate di studi il problema del rapporto tra uomo e natura, così delicato e decisivo nel panorama attuale, che ha costituito il fulcro di diversi interventi del convegno. A partire dall’importanza già segnalata da Frazer del culto dell’elemento arboreo, Laura Volpi (Università Cattolica del Sacro Cuore – Milano), ha così ricordato il significato che l’albero può ancora oggi assumere in quanto simbolo dell’etnogenesi e dell’autoctonia di un popolo: esempio evidente ne è l’albero di Gernika, emblema dell’unità e della purezza della popolazione basca.
Il rapporto con il territorio ha del resto attraversato tutto il corso del convegno, che ha avuto come meraviglioso sfondo i borghi dei Castelli Romani, del cui paesaggio i partecipanti hanno potuto godere grazie alle visite guidate ad Ariccia e Nemi. Scenario migliore per il convegno su Il Ramo d’oro non poteva essere che il santuario della dea Diana Nemorense con il suo bosco e il lago di Nemi, una zona carica di energia che riesce ancora a distanza di un secolo dalla visita di Frazer ad affascinare e suggestionare lo sguardo dello spettatore. I risultati più recenti degli scavi del santuario sono stati presentati nell’intervento di Giuseppina Ghini (già funzionario presso la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Roma e per la provincia di Rieti), in cui è stata riportata la scoperta di un’area per secoli inviolata e rispettata all’interno dello spazio consacrato a Diana, che ha portato a ipotizzare qui la sede dell’antico albero sacro. La relazione ha parimenti evidenziato come il rapporto materiale con il territorio non smetta di offrire nuove prospettive e contributi d’indagine.
Insomma, i limiti delle teorie esposte da Frazer ne Il Ramo d’oro sono stati da tempo rimarcati e, nonostante ciò, la sua opera offre ancora ampio spazio di discussione sulla portata del suo insegnamento. Il convegno si è rivelato un utile terreno d’incontro in cui hanno avuto voce punti di vista differenti che, pur nella loro diversità, hanno permesso di sottolineare un nodo essenziale di questo evento: la capacità de Il Ramo d’oro di far convergere l’interesse di studiosi legati a campi d’indagine ben diversi eppure non lontani, in grado di confrontarsi senza trincerarsi dietro gli steccati della propria disciplina di appartenenza. Come hanno ricordato Emanuele Lelli (Associazione Italiana di Cultura Classica – Delegazione “Antico e Moderno”) e Paolo Scarpi, la sfida resta una: far dialogare efficacemente discipline sorelle quali l’Antropologia e la Storia delle Religioni, che tanto possono arricchirsi reciprocamente. In questa prospettiva, non sembra irrilevante che il premio di cui Paolo Scarpi è stato insignito per il terzo anno dalla sua istituzione (dopo Giulio Guidorizzi e Maurizio Bettini) sia dedicato proprio all’Antropologia e alla Storia delle Religioni. In un periodo in cui si procede sempre più verso la settorializzazione, la specializzazione e l’isolamento delle singole discipline, la promozione di un proficuo confronto multidisciplinare tra esperti di formazione così differente attorno al medesimo nucleo d’indagine assume un valore fondamentale per l’avanzamento degli studi.

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