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27 gennaio 2023 – Giorno della Memoria “Per me è accaduto per sempre”

di Ilaria Sforza

28 Gennaio 2023

Il 27 gennaio 2023, in occasione del Giorno della Memoria, l’Associazione Nazionale ex Deportati nei Campi Nazisti (ANED) ha trasmesso alle 10.00 sul canale YouTube della sezione di Roma una intervista alla scrittrice, poetessa e traduttrice Edith Bruck, sopravvissuta alla deportazione nei campi di sterminio nazisti e instancabile testimone della Shoah.
Mi hanno colpita la lucidità e la sincerità con cui la Bruck ha risposto alle domande che le sono state poste. Più di un passaggio della sua intervista merita qui di essere ricordato: la memoria della “marcia della morte”, il ritorno dal campo di Bergen-Belsen da cui venne liberata nell’aprile del 1945; l’importanza del raccontare la propria esperienza come forma di rispetto verso quanti non sono mai più tornati; la crescente richiesta da parte delle scuole di testimonianze dei sopravvissuti negli ultimi anni, dovuta al fatto che “qualcosa di molto pericoloso” sta tornando; la resilienza delle donne rispetto alla totale arrendevolezza degli uomini nei campi di sterminio; la pietà nel vedere quei corpi quasi esanimi “perché tra questi uomini potrebbe esserci stato anche tuo padre, tuo fratello”; la maggiore sopportazione della sofferenza fisica da parte degli ebrei poveri rispetto agli intellettuali; la delusione perché i libri di scuola dedicano solo “dieci righe” ai campi di concentramento nazisti e il pericolo incombente del negazionismo; la diffidenza verso ideali come “patria” e “fede”, in nome dei quali sono morte migliaia di persone; la debolezza della parola “democrazia”, oggi svuotata della sua sostanza, nonostante l’impegno di molti al fine di dare una realtà a questa parola; lo scarso rispetto persino per la Costituzione in un paese, come l’Italia, dove tutto è tollerato.
Ma il passaggio senza dubbio più toccante dell’intervista, se non il più “illuminante”, è stato quello in cui la Bruck ha affermato di non temere tanto un ritorno del Nazifascismo nelle forme e nei modi in cui ebbe luogo quasi un secolo fa (il 10 novembre del 1938 il Consiglio dei ministri approvava in Italia le leggi razziali fasciste), ma di temere piuttosto che forme simili di discriminazione razziale possano farsi strada nel presente in tutta Europa e che questo fenomeno possa essere alimentato dall’oblio – o dalla banalizzazione della Shoah, un timore espresso di recente dalla Senatrice a vita Liliana Segre. “Perché per me è accaduto per sempre”, ha affermato la Bruck evocando la sua esperienza di giovane tredicenne ebrea nei campi di sterminio nazisti. Questa affermazione, attraverso la sua apparente incongruenza, esprime quel corto circuito tra passato e presente che caratterizza la nostra epoca, assorbita da un eterno presente e troppo poco attenta agli eventi del passato che rischiano, perciò, di travolgerci di nuovo, in un eterno ritorno.

L’esodo del popolo ebraico dal punto di vista degli antichi Greci

Il titolo di un volume pubblicato di recente dallo storico polacco Joseph Mélèze-Modrzejewski, Un peuple de philosophe. Aux origines de la condition juive (Librairie Arthème Fayard, 2011) ci ricorda che la prima menzione dei Giudei nella letteratura greca, quella del filosofo peripatetico Teofrasto (371-287 a.C.) che li definì “filosofi per natura”, φιλόσοφοι τὸ γένος, era priva di quegli accenti critici che si riscontrano, di lì a poco, negli autori di età ellenistica. Il più dotato allievo di Aristotele, che gli successe nella direzione del Peripato dal 322 a.C., in questo noto passo del Περὶ Εὐσεβείας (fr. 13 Pötscher) tentava infatti di spiegare l’“invenzione del monoteismo”, tratto distintivo del popolo giudaico nel variegato panorama culturale del primo ellenismo, attraverso il confronto con il pensiero di quei filosofi greci come Senofane che, “guardando l’universo nel suo complesso”, avevano affermato l’unità di dio (Aristot., Met. 986b 24-25: εἰς τὸν ὅλον οὐρανὸν ἀποβλέψας τὸ ἓν εἶναί φησι τὸν θεόν). È rilevabile, tuttavia, già in Teofrasto, che pure restituisce un’immagine idealizzata dei Giudei, impegnati a discorrere tra loro περὶ τοῦ θείου durante la notte, a osservare gli astri e a pregare, una larvata accusa mossa a questo popolo, che egli riteneva l’iniziatore della pratica dell’olocausto (cfr. tra gli altri M. Stern, Greek and Latin Authors on Jews and Judaism, Edited with Introductions, Translations and Commentary by M. Stern, Volume One. From Herodotus to Plutarch, Jerusalem 1974, Theophrastus F 4, pp. 10-12 e B. Bar-Kochba, Theophrastus on Jewish Sacrificial Practices and the Jews as a Community of Philosophers, in Id., The Image of the Jews in Greek Literature. The Hellenistic Period, University of California Press 2010, pp. 15-39). Nell’ottica complessiva dell’opera Della pietà in cui Teofrasto condanna i sacrifici cruenti come inutili ed empi e difende, d’altro canto, la pratica originaria del vegetarianismo, la stirpe più sapiente tra tutte, τό γε πάντων λογιώτατον γένος, stanziata nella più sacra regione presso il Nilo, è quella egizia, che da tempo immemorabile aveva offerto agli dei del cielo le primizie della terra. Sebbene infatti fosse noto già a Erodoto che anche gli Egizi sacrificavano alcuni animali e ne consumavano la carne (Storie II 37-42; 47-49), anche altri autori sottolineano come essi si astenessero, anche in caso di carestia, dal mangiare quegli animali che ritenevano sacri (Diodoro, Biblioteca I 84).
Dunque, nel complesso, possiamo affermare che i primi autori greci ad essersi interessati al popolo ebraico, tra la fine del IV e gli inizi del III secolo a.C., tendevano a considerare i Giudei come una sorta di sacerdoti-filosofi, impegnati incessantemente nell’osservazione del cielo e nella riflessione sul divino, e li accomunavano ad altri sapienti orientali, come i Brahmini (Megastene, FGrHist 715 F3 = Clem. Alex., Stromata I 72, 5), i Calani (Clearco, Περὶ ὕπνου apud Joseph., Contra Apionem 176-182) e i Gimnosofisti, che il filosofo Diogene Laerzio nelle sue Vite e dottrine dei più celebri filosofi (I 9) riteneva discendessero come i Giudei dai Magi, i sacerdoti dell’antica religione iranica.
Il primo racconto dell’esodo nella letteratura greca ci è stato trasmesso, in un excerptum del XL libro della Biblioteca storica di Diodoro Siculo, dal grammatico Fozio, patriarca di Costantinopoli nel IX secolo (Diodoro, Biblioteca XL, 3 apud Phot., Bibl. 244, 380a 7-381a 8), che lo attribuisce erroneamente a Ecateo di Mileto, intendendo riferirsi al più tardo Ecateo di Abdera, filosofo e storico del seguito di Tolemeo I, autore di un’opera Περὶ Αἰγυπτίων scritta negli ultimi anni del IV secolo, di cui restano solo pochi frammenti. Allo stesso autore la tradizione attribuisce anche un βιβλίον Περὶ Ἰουδαίων sulla cui autenticità si continua a discutere (cfr. Giuseppe Flavio, Contra Apionem 1, 183-205; per la discussione sull’autenticità dell’opera, cfr. tra gli altri B. Bar-Kochva, Pseudo-Hecataeus, “On the Jews”. Legitimizing the Jewish Diaspora, Berkeley – Los Angeles – Oxford 1996 con relativa bibliografia).
In questo estratto compare per la prima volta il tema, di matrice egizia, della pestilenza come causa dell’espulsione degli stranieri dall’Egitto (cfr. John M.G. Barclay, Flavius Josephus, Against Apion, Translation and Commentary by John M.G. Barclay, Leiden – Boston 2013, Appendix 3: Exodus narratives in cultural context, pp. 341-349). Riferisce infatti Ecateo come in un passato non meglio definito, τὸ παλαιόν, essendo scoppiata in Egitto una pestilenza, λοιμικῆς περιστάσεως γενομένης, tale evento venne considerato dai più come una punizione divina per l’affievolirsi della religione tradizionale a causa dei numerosi stranieri che vivevano in Egitto e praticavano religioni e culti differenti (πολλῶν γὰρ καὶ παντοδαπῶν κατοικούντων ξένων καὶ διηλλαγμένοις ἔθεσι χρωμένων περὶ τὸ ἱερὸν καὶ τὰς θυσίας). Continua Ecateo: «Perciò gli autoctoni della regione ritennero che, qualora non avessero allontanato gli stranieri, la pestilenza non sarebbe cessata. Subito, dunque, vennero cacciati quanti appartenessero ad altre etnie» (ὅπερ οἱ τῆς χώρας ἐγγενεῖς ὑπέλαβον, ἐὰν μὴ τοὺς ἀλλοφύλους μεταστήσωνται, κρίσιν οὐκ ἔσεσθαι τῶν κακῶν. Εὐθὺς οὖν ξενηλατουμένων τῶν ἀλλοεθνῶν …). La xenelasia, da ξένος, “straniero” ed ἔλασις, “espulsione”, l’espulsione degli stranieri, tra cui i Giudei, dall’Egitto è dunque vista dagli autoctoni come l’unica soluzione che possa porre rimedio al disordine e al contagio causato dall’introduzione nel paese di θυσίαι diverse da quelle locali. Ecateo ricavava tale prospettiva, che risponde a logiche culturali tipicamente egizie, dai suoi informatori e dalle fonti che poteva consultare ad Alessandria, presso la corte del futuro re Tolemeo I. Un riscontro in tal senso è fornito dall’insistenza del sacerdote egizio Manetone, autore poco dopo Ecateo di un’opera Περὶ Αἰγυπτίων, sul tema della lebbra e dell’impurità degli infermi (Manetho, FGrHist C609, F10, apud Joseph., Contra Apionem I 233: εἰ καθαρὰν ἀπὸ τε λεπρῶν καὶ τῶν ἄλλων μιαρῶν ἀνθρώπων τἠν χώραν ἅπασαν ποιήσειεν) che vengono perciò separati dagli altri Egizi e rinchiusi nelle cave di pietra a est del Nilo (Joseph., Contra Apionem I 235). Solo dopo un lungo periodo di lavori forzati, il faraone si sarebbe deciso, secondo questa versione dell’esodo, ad assegnare agli espulsi come luogo di ricovero la città di Avaris, che gli Egizi associavano a Tifone, nome greco del malvagio Seth (cfr. Barclay, cit., pp. 344-347). È dunque possibile ritrovare in queste prime fonti in lingua greca dell’espulsione dei Giudei dall’Egitto una serie di elementi che sembrano predittivi di quanto avverrà, in seguito, agli Ebrei sparsi per il mondo. La tenace difesa della propria identità culturale e delle proprie tradizioni religiose da parte di questo popolo è stata spesso vista come una minaccia alle culture autoctone. Perciò gli Ebrei, considerati in qualche modo “stranieri” anche quando apparentemente ben integrati nelle comunità locali, sono stati in diverse circostanze espulsi, ghettizzati, perseguitati. Questo meccanismo culturale, volto a preservare la “purezza” della cultura locale, sembra riguardare, nelle testimonianze ellenistiche ricordate e in quelle che seguirono, non solo i Giudei, ma più in generale tutte le componenti etnico-religiose che presentavano una diversità di pratiche di culto. Si dimentica troppo spesso che tra le vittime dei campi di concentramento nazisti vi furono, oltre agli Ebrei, anche molte minoranze etniche, sociali e politiche (per cui cfr. l’Enciclopedia dell’Olocausto alla pagina: https://encyclopedia.ushmm.org/content/it/article/mosaic-of-victims-an-overview).
Infine, è molto interessante notare come Ecateo, nel passo considerato, in una prospettiva questa volta tipicamente greca, inserisca la tradizione ebraica dell’esodo all’interno di una serie di migrazioni che, a partire dall’Egitto, determinarono la fondazione di ἀποικίαι in diverse regioni dell’ecumene tra cui la stessa Grecia, da parte di celebri ecisti, quali Danao, da cui l’antico etnonimo Δαναοί, che Omero identifica con gli Achei, e Cadmo, fondatore di numerose città tra cui la Tebe beotica, associata per omonimia alla Tebe egizia (cfr. Diodoro I 23, 4 e il commento di Stern, cit. p. 23). Attraverso l’accostamento di Mosè, sommo sacerdote e legislatore ispirato da Dio, ai più celebri fondatori di città greche nel prosieguo del passo, Ecateo dimostra di avere ereditato quell’atteggiamento di curiosità nei confronti dei rituali praticati dagli altri popoli e di profondo rispetto verso la loro diversità culturale che contraddistingue il suo predecessore Erodoto già nel V secolo a.C. e che mi auguro possiamo ancora oggi far nostro (cfr. W. Nippel, La costruzione dell’‘altro’ ne I Greci. Storia Cultura Arte Società, a cura di S. Settis, I Noi e i Greci, Torino 1996, pp. 165-196 con relativa bibliografia).

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