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Pozzi affittati dalla luna. Note a margine del laboratorio di poesia di Studio Orale/ 2

Salvatore Cardone

12 Maggio 2024

0. Premessa

Quello di quest’anno è il quarto ciclo del Laboratorio di composizione poetica e recitazione di Studio Orale, realizzato in collaborazione con Antico & Moderno.

I tre precedenti si sono svolti nel 2015, nel 2017 e nel 2020. Venivano lanciate delle parole d’ordine tematiche (per es., mare, pioggia, notte, Natale, Carnevale, paesaggio) corredate da esempi nobili della poesia italiana, da Tasso a Caproni. Si lavorava sempre sul principio crea-tivo della imitazione. Questa poteva riferirsi ad almeno tre aspetti: il calco metrico, l’alveo te-matico, il repertorio lessicale. Le tre serate al pubblico si intitolarono: Mare, pioggia, notte, I versi d’occasione fanno il poeta ladro, Quando la lampada è accesa e la tenda tirata. La pros-sima si intitola Pozzi affittati dalla luna e si terrà nella sede di Antico & Moderno il 22 giugno 2024.

La prima regola dei nostri laboratori è “conoscere i precedenti”. Questo avviene attraverso una lettura attiva, cioè recitata e più volte ripetuta; e poi attraverso tangenze che portano inevitabil-mente “da altre parti”. Se “l’occasione fa il poeta ladro”, il furto non è dovuto tanto alle cattive intenzioni: non atto volontario e consapevole ma più spesso modo d’essere, ascrivibile alla na-tura mimetica dell’esperienza creativa; natura mimetica che spinge e porta organicamente poeta e lettore verso la “recita” e la performance; ma ascrivibile anche ad un senso di appartenenza e di sacrosanta ambizione, per dirla con Dante “essere un’altro tra cotanto senno”. Quel niente di tracotanza che ti fa dire “io sono un poeta e parlo a nome di tutti”; o anche, il che è lo stes-so, “io sono un attore, e cioè sono talmente interessante, che dovete venirmi a vedere, quando salgo in palcoscenico”.

Qui di seguito alcuni appunti a margine del laboratorio: seconda parte.

2. Discipline e poesia

I poeti, per natura e per mestiere, sono capaci di vedere oltre il velo della cronaca, di guardare nel profondo alle ragioni della vita, nei suoi grandi movimenti epocali come in quelli di ogni giorno, e di parlare a nome di tutti.
I poeti in un senso testimoniale “fanno storia”.
E sono, in senso etimologico, filosofi, perché la sapienza la coltivano con amore, non la eserci-tano con autorità, su di essa si interrogano, interrogandosi sulle cose concrete, di cui sempre la poesia si nutre.
Ma sono i poeti anche “geografi”, in un senso molto speciale.
In altre lingue recitare a memoria si dice “col cuore” (par coeur, by heart). In italiano si nomi-na ogni volta Mnemosine, l’antica madre delle arti e delle scienze.
A memoria. Col cuore.
Ad alimentare, accelerare, variare il battito del cuore è esattamente il movimento fisico nello spazio. Memorizzare un testo era per gli antichi nient’altro che disporlo idealmente in uno spazio da attraversare. Il testo, e il discorso, procedevano per “luoghi” successivi.
C’è chi ha sottolineato la natura “pedestre” della poesia (fatta appunto di piedi, di passi, di ac-cavallamenti, di andature, di zoppìe ecc.) come della filosofia – e quindi dei processi di pensie-ro, che vengono necessariamente prima della loro organizzazione scritta – in una linea coeren-te che va dai peripatetici (i pensatori in viaggio dell’antichità) ai filosofi camminatori dell’età contemporanea: Rousseau, Kant, Shopenauer, per citarne alcuni (cfr Steiner, Una certa idea di Europa, Garzanti, Milano 2006).
Se è vero che la scrittura è rapporto col mondo in quanto “non scritto” (cfr Italo Calvino, Mondo scritto e mondo non scritto, Mondadori, Milano 2002) ed è organizzazione di questo in pensiero, questo rapporto discende dallo starci dentro fisicamente, col corpo, nel mondo.
I poeti sono dunque come dei geografi dell’anima. Non c’è poesia senza luogo e senza viaggio. Cosa non si impara dai luoghi in quanto tali, tracce antropiche e disegno di natura. I poeti so-no maestri nel leggere quei segni.
Il linguaggio – che secondo gli antropologi procede dalla conquista della posizione eretta, e cioè dalla trasformazione in “mani” degli arti anteriori, dalla loro emancipazione dalla mera funzione motoria – nasce col dare voce ai gesti.
Questi, sostituendo azioni utili o necessarie o obbligate, come muoversi inseguire scappare, cominciano a significare, cioè a mimare le cose del mondo, prima “prese” e poi apprese.
È in quel momento che ci sarà spazio per la voce, che ci sarà qualcosa da dire, e ai gesti po-tranno corrispondere anche le parole. La voce sarà la parte del nostro corpo che di più potrà “allungarsi” nello spazio, molto più delle mani (mani, che Kant, appunto, definisce proiezione esterna della mente…).
Le forme arcaiche della poesia – che è forma arcaica della conoscenza: storia, geografia, filoso-fia, legge morale, legge sociale, paidèia e così via – furono insieme canto (e cioè voce), danza (e cioè gesto), parola (e cioè testo). Gesto, voce, testo. Queste tre cose insieme, oggi le chiamiamo recitazione.

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(Euripide)