Venerdì 19 aprile 2024, ore 18.30 presso l’Abbazia di San Paolo d’Argon, Via del Convento 1 a Bergamo, è stato presentato da Carla Vetere, membro dell’Associazione “Antico e Moderno” il libro “Antonio Cifrondi. Un artefice nell’Europa del Settecento tra realtà e modernità” di Ciro Maddaluno. L’autore è un profondo conoscitore di pittura antica, ed in particolare lombarda, tra 1500 e 1700. La presentazione a cura della prof. Vetere, è nata dalla vocazione dell’Associazione “Antico e Moderno” a valorizzare ciò che è classico, intendendo per “Classico” non necessariamente ciò che è antico, né assolutamente con ciò che è vecchio, ma con ciò che è senza tempo ed in un certo senso sfida il tempo perché latore di valori che travalicano le epoche e interrogano gli uomini di tutti i tempi.
E Cifrondi (nato a Clusone l’11 giugno 1656 e morto a Brescia il 31 ottobre 1730) è sicuramente un artista che ha molto da raccontare. Questo autore, su cui Paolo Dal Poggetto (1) ha scritto una prima importante monografia nel 1982, era noto fino a poco tempo fa solo per i dipinti di soggetto biblico o sacro oppure i quadri che rappresentano racconti epici. Ricordiamo, ad esempio, l’affresco raffigurante la “Caduta di Simon Mago” che si può ammirare nella canonica della chiesa di San Pietro Apostolo a Trescore Balneario, oppure il ciclo pittorico di Villa Zanchi-Vestoni- Colleoni.
Ma è stato proprio il Maddaluno nel 2008 a dare una svolta agli studi su questo artista (2). Già il titolo del volume, che metteva l’accento sul paesaggio e sulle nature morte, presentava una rivoluzione perché immediatamente il Maddaluno sottolineava che il Cifrondi non fu né soltanto né prevalentemente pittore di soggetti sacri, biblici o mitologici, ma si dedicò appunto al paesaggio ed alla natura morta rivendicando alla mano dell’artista alcuni dipinti fino ad allora misconosciuti. Inoltre pareva che nella produzione di questo autore, noto per la sua prolificità e velocità di esecuzione, ci fosse un periodo di circa 15 anni di inattività, più o meno dal 1673-74 al 1689-91. Nell’opera del 2008 già era stato fatto un importante tentativo di colmare la lacuna temporale in cui il Cifrondi sarebbe stato inattivo e, cosa a mio avviso ancora più significativa, si spiegava il perché quadri di questi soggetti, in particolare le nature morte, fossero caduti nell’oblio. Scrive il Maddaluno (3): “Molto probabilmente le perplessità e la incredulità con le quali tali dipinti furono accolti dalla committenza e dalla possibile clientela dell’epoca, avvezza a dipinti sorretti da una accuratezza nel disegno e da un accentuato rigore formale e compositivo espressi a partire dai grandi maestri del Cinquecento…. Dovettero spingere rapidamente nell’oblio i quadri realizzati”.
Gli studi su Cifrondi hanno fatto un ulteriore passo in avanti nel 2004, quando Maria Silvia Proni ha riconosciuto la mano di Cifrondi sul dipinto “Ritratto di bambini con vassoio di frutta” (4) che è una natura morta con forti tratti di realismo. In effetti Cifrondi cambia radicalmente tecnica e linguaggio pittorico, assumendo caratteri di essenzialità e modernità che non erano facili da comprendere nella sua epoca ma che appaiono in qualche misura profetici di nuove epoche. Ancora diverso il Cifrondi dei paesaggi. Egli infatti, come sempre il Maddaluno afferma (5), utilizza “un linguaggio estremamente mutevole e cangiante”. Ebbene alcune di queste nature morte e questi paesaggi già furono attribuiti al Cifrondi nel 2008. Poi il Maddaluno, in un bell’articolo (6) del 2011 ci ha fatto riscoprire un inedito Cifrondi copista, che riprese per esempio tele di Salvator Rosa, di Luca Giordano (Passaggio del Mar Rosso e Filosofi) o di Cornelis de Wael (Storie del Figliuol Prodigo), Jacob de Heusch. Questa attività è importante perché testimonia (7) “la capacità e la necessità avvertita dal nostro di aggiornarsi su modelli e forme espressive prodotte da contesti culturali anche molto distanti dai propri. E, quindi, una vivacità ed una curiosità certamente non occasionali, alimentate ed esercitate anche per conseguenza del molto viaggiare”. Si delinea così “il profilo di un artista moderno e irrequieto, che molto viaggia, che si guarda intorno con curiosità e che appare sempre molto attento alle novità”. Con questa nuova fatica, che l’Autore, definisce il suo “taccuino di lavoro”, si aggiungono circa 76 opere inedite sui soggetti, quali le nature morte, i paesaggi, le allegorie ed i temi profani che ormai non possono più essere considerati extravaganti rispetto alla produzione del Cifrondi, ma che ne costituiscono parte integrante. Questo libro nasce dunque da un’appassionata sete di ricerca, alimentata anche dal crescente interesse degli studiosi per il pittore clusonese, un uomo dalla vita molto travagliata che visse periodi di grande prosperità a cui fecero seguito vicende assai tristi che lo portarono a morire in povertà. Questo artista viene definito dal Maddaluno “un pittore giocosamente libero, curioso della curiosità dei geni, dotato di una spinta antiaccademica…un artista naturalmente incline a vivere l’arte come reinterpretazione giocosa della vita” . E fu proprio questo desiderio di sperimentazione e questo modo di vivere l’arte che lo portò a dipingere battaglie, paesaggi campestri e marine che il Maddaluno gli attribuisce sulla base di un’attenta analisi del modus operandi di Cifrondi, della sua tecnica pittorica e dell’uso dei colori. Altro soggetto finora non noto della produzione del Cifrondi sono le Allegorie, tra cui spicca una “Vanitas” che, a quanto scrive l’autore, “costituisce un unicum nella produzione del Cifrondi”. Tra le nature morte spicca la “Natura morta di uva, fichi, pere, melograno e tulipani con cesta, fiasco, brocca e uccelli” che viene accostata alla produzione del De Pisis sulla base di una pervasiva analisi stilistica. Un altro esempio straordinario, che è poi sulla copertina del libro, il “Piatto di pere su un tappeto in uno spazio” viene definito un esempio di pittura inquietante e metafisica che lo accomuna a certi dipinti del primo Novecento soprattutto di impressionisti. L’opera del Maddaluno, in definitiva, rende giustizia ad un pittore sottovalutato sia nel corso della sua vita, sia dopo la sua morte e gli riconosce quella dignità di artista di primo piano nel panorama della pittura lombarda, e più specificamente bergamasca, tra Seicento e Settecento.
(1) Paolo Dal Poggetto, Antonio Cifrondi in “I pittori bergamaschi. Il Settecento”, Bergamo 1982, pp. 359-624.
(2) Ciro Maddaluno, L’altro Cifrondi. Pittore di Paesaggio e di Natura Morta, Bergamo 2008.
(3) Ibidem, p. 30
(4) Lo studio della Proni è stato pubblicato in Antonio Cifrondi a Villa Zanchi e a Ponte San Pietro. Dove la medicina cura il corpo, l’arte cura l’anima. – Riflettendo tra Cifrondi e Ceruti a cura di Maria Silvia Proni e Rosanna Ferrari, Ponte San Pietro – Policlinico di San Pietro, 11 maggio – 30 luglio 2023.
(5) Ciro Maddaluno, L’altro Cifrondi, op. cit., p. 33.
(6) Ciro Maddaluno, Antonio Cifrondi copista, in “Rivista di Bergamo”, 67 (2011), pp. 44-49.
(7) Ciro Maddaluno, Antonio Cifrondi. Un artefice nell’Europa del Settecento tra realtà e modernità, Bergamo, Grafica e Arte, 2024 pp. 94-95.



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