0. Premessa
Quello di quest’anno è il quarto ciclo del Laboratorio di composizione poetica e recitazione di Studio Orale, realizzato in collaborazione con Antico & Moderno.
I tre precedenti si sono svolti nel 2015, nel 2017 e nel 2020. Venivano lanciate delle parole d’ordine tematiche (per es., mare, pioggia, notte, Natale, Carnevale, paesaggio) corredate da esempi nobili della poesia italiana, da Tasso a Caproni. Si lavorava sempre sul principio creativo della imitazione. Questa poteva riferirsi ad almeno tre aspetti: il calco metrico, l’alveo te-matico, il repertorio lessicale. Le tre serate al pubblico si intitolarono: Mare, pioggia, notte, I versi d’occasione fanno il poeta ladro, Quando la lampada è accesa e la tenda tirata. La prossima si intitola Pozzi affittati dalla luna e si terrà nella sede di Antico & Moderno il 22 giugno 2024.
La prima regola dei nostri laboratori è “conoscere i precedenti”. Questo avviene attraverso una lettura attiva, cioè recitata e più volte ripetuta; e poi attraverso tangenze che portano inevitabilmente “da altre parti”. Se “l’occasione fa il poeta ladro”, il furto non è dovuto tanto alle cattive intenzioni: non atto volontario e consapevole ma più spesso modo d’essere, ascrivibile alla na-tura mimetica dell’esperienza creativa; natura mimetica che spinge e porta organicamente poeta e lettore verso la “recita” e la performance; ma ascrivibile anche ad un senso di appartenenza e di sacrosanta ambizione, per dirla con Dante “essere un altro tra cotanto senno”. Quel niente di tracotanza che ti fa dire “io sono un poeta e parlo a nome di tutti”; o anche, il che è lo stesso, “io sono un attore, e cioè sono talmente interessante, che dovete venirmi a vedere, quando salgo in palcoscenico”.
Qui di seguito alcuni appunti a margine del laboratorio.
5. Pedagogia teatrale e recita
La prospettiva della recita in pubblico può essere, in un contesto non professionale, fonte di preoccupazione per gli allievi, fino a inibire, talvolta, il piacere del gioco e della ricerca. Le rassicurazioni in merito alla conclusione del percorso come occasione di verifica, come apertura, come confronto, come dono, come festa finale, non sempre hanno efficacia. E neanche l’argomento per cui non si sta costruendo niente che somigli a modelli noti, e quindi niente che possa essere sottoposto a un giudizio comparativo. Agiscono talvolta pregiudizi culturali dominanti. Agisce una qualche irrazionale paura. Ma forse agisce anche una segreta ragione tutta da capire, che rende superfluo quel pubblico passaggio.
Ad ogni modo, se il senso del laboratorio è proprio quello di valorizzare l’apporto personale di chi partecipa, se il senso del laboratorio è quello di consentire l’esercizio della libera scelta di chi partecipa, a un dato momento può maturare la decisione di non considerare la pubblicazione della “recita” come vincolante.
Una sottrazione di questo tipo riapre tutti i giochi, fino a ridefinire il senso stesso di “recita”. Emancipare definitivamente la pedagogia teatrale dalla messa in scena pubblica, ma non dall’esercizio della recita, può essere un’occasione da cogliere, qualcosa che vale la pena approfondire. La recita come circostanza generale di conoscenza e comprensione può fornire altri protocolli pedagogici, formativi o anche solo divulgativi.
Consideriamo il fenomeno in senso stretto.
C’è un intreccio tra fisiologia, emozione e pensiero che governa l’uso creativo della voce in rapporto all’atto poetico: un uso attivo della voce può rendere esplicita la natura vivente di ogni testo.
C’è un intreccio tra lettura, composizione e pratica orale che può rivelare del testo segreti affioranti, rendere trasparente il processo creativo, mostrare come la sua comprensione sia essa stessa, a sua volta, creazione, oltre ogni discorso critico.
Il “discorso critico” aggiunge o traduce o semplifica, e tende a fissare in un senso solo quanto il testo invece può produrre di per sé in modo molteplice e continuo.
Restituire alla parola “recita” questa funzione, questa accezione di conoscenza, di strumento di conoscenza, prospetta un’azione basilare, quella di un’esperienza di comparazione permanente in cui voce, pensiero e supporto di scrittura (e di lettura) entrano in gioco in modo vicendevole e costante.
6. Leggere e scrivere
Nonché la capacità di produrre oralità – cosa ben più complessa, perché è insieme creazione, pubblicazione, trasmissione e recita – diventa merce sempre più rara anche la semplice capacità di “eseguire” un testo scritto, fino a non sapere più nemmeno leggere i propri stessi scritti. Basta ascoltare un telegiornale qualsiasi, dove molti autori dei servizi con immagini “a copertura” sbagliano respiro, fiati e interpunzione, rendendo faticosissima, a volte impossibile, la comprensione di quello che dicono. O c’è in quei giornalisti una proditoria volontà di non essere capiti – cosa che non va esclusa del tutto: sarebbe una volontà coerente con l’azione complessivamente saturante dei media – o è in atto un processo di “analfabetizzazione” pervasiva che raggiunge anche i media, i quali la aggravano e la avvalorano con il loro prestigio. Ma ormai hanno prestigio anche le voci sintetiche delle stazioni, i cui annunci hanno un’ortoepia tutta sballata.
Saper leggere ad alta voce, come saper scrivere, sta diventando come il disegno, il nuoto, il pianoforte e il basket: qualcuno lo sa fare, qualcuno no. Il che non inficia né pregiudica brillanti carriere, fino ai più alti vertici della piramide statale.
C’era un tempo in cui leggere i grandi autori (e quindi saperli leggere) era una sorta di dovere non solo morale, ma anche civico. In quello stesso tempo saper scrivere era cosa necessaria per stare al mondo da semplici persone, da normali cittadini, “prerequisito” sociale, prima an-cora che di carriera.
Quel senso morale, quel civismo, passava per una via maestra, che era lo studio della grammatica. Non c’erano “educazioni alla cittadinanza” da impiantare o perseguire. Si diventava citta-dini perché si introiettava un principio generale, quello del rispetto delle regole, e questo avveniva a partire dall’apprendimento delle regole più semplici e basilari, quelle che riguardavano l’uso delle parole. Grazie alla sola grammatica, si diventava pronti alla democrazia e alla cittadinanza, perché, di fatto, si era già pronti alla parrhesìa, al pubblico esercizio della parola. E quelle letture non si diffondevano sui banchi, ma sotto: nessun professore di liceo si preoccupava della lettura, promuoveva la lettura, incitava alla lettura. Ognuno di loro si occupava della sola sua grammatica. Che gli studenti leggessero per conto loro oppure no, non li riguardava. Infatti tutti gli studenti di liceo leggevano per conto loro tantissimo.
Adesso siamo di fronte ad una politica della supplenza. Tutto quello che non si sa o non si vuole più ottenere nel curriculum è affidato ai PTOF, e cioè terreno di conquista del “mercato delle competenze”: programmi aggiuntivi, suppletivi, organizzati in recinti separati, aperture pomeridiane, stage dell’alternanza, attività extra moenia. Il tempio è sempre più affollato di mercanti.
C’è così una serie di cose che è possibile “saper fare”, sistemate nelle corsie di un supermarket, e per ciascuna di queste cose, una didattica specifica, una didattica “competente” che pretende di insegnare “come si fa” per vie dirette che sta tracimando anche nel curriculum. E per il “sa-per scrivere” sembra proprio che non stia portando da nessuna parte, se sono fondati gli studi sociologici sulla incapacità dei giovani a rapportarsi al testo scritto, puntualmente allarmanti.
Forse si sottovaluta quanto il “saper scrivere” sia, di fatto, anche e soprattutto una pratica mimetica. La recita, questo coté mimetico, quest’aspetto dello scrivere, lo simula e lo prepara. La re-cita del testo poetico lo fa in modo essenziale, esemplare, immediato sui fondamentali: della composizione, della semantica, della retorica. Saper scrivere è cosa che può scaturire spontanea a un dato punto, dopo una serie di esperienze. Il problema è decidere quali. Dipingere o giocare a basket non è escluso che diano esiti virtuosi. Frequentare la poesia certamente li dà. Poi verranno le de-costruzioni, se proprio non si può fare a meno di accontentare i linguisti ministeriali: poi, quando saper scrivere è cosa assodata.



0 commenti