Sabato prossimo, 22 giugno, alle ore 19:00 nella sede di Antico & Moderno, si conclude con una lezione aperta dal titolo Pozzi affittati dalla luna la IV edizione del Laboratorio di poesia di Studio Orale. Qui di seguito le parti residue degli “appunti a margine” a firma di Salvatore Cardone, che ha condotto il laboratorio.
Per partecipare alla lezione aperta del 22, è sufficiente prenotare alla mail [email protected]. Alla stessa mail chi vuole può chiedere l’editing definitivo degli appunti.
Note a margine del laboratorio di poesia di Studio Orale 7. Libro, testo, voce
Mettiamo allora a fuoco, in conclusione, tre nozioni.
Nei secoli il libro è stato per la poesia, il racconto, il sapere in genere, il principale supporto tecnologico per conservare, trasmettere, creare: oggetto mai indifferente, né ai processi della creazione letteraria e del pensiero, né all’azione di chi materialmente lo usa: con gli occhi, con le mani, e con strategie diverse, secondo le diverse forme della composizione: narrazione, teatro, poesia.
La voce – originario supporto materiale di composizione, diffusione e tradizione della creazione poetica arcaica, che era enciclopedia e conoscenza – dopo l’invenzione dell’alfabeto e della scrittura, ha continuato a svolgere una funzione essenziale: di essa, la creazione letteraria si è sempre nutrita: di essa, la lettura si è sempre avvantaggiata, in tutte le sue modalità: silenziose, sonore, sussurrate.
Il testo – in questa dinamica “muovere/fermare” determinata dalle interazioni voce/scrittura (si dice verba volant, scripta manent dove è opportuno intendere che quel che è scritto, “rimane” sì, ma per “prendere il volo”) – acquista grazie alla voce una variabilità, una virtuosa instabilità, una predisposizione a rinnovarsi e a mutare, creando o rievocando ogni volta spazi nuovi: del-la scena, dell’immaginario, del vissuto.
Libro, voce, testo.
Ove si considerino, per es., le forme diverse della poesia, del dramma e del racconto, le modalità di lettura e comprensione cambieranno ogni volta.
È bene ragionare nei vari casi sul libro come “oggetto pertinente”: quanto esso ben si adatti alle suddette forme, o quali siano i rischi di una sua azione omologante.
È bene altresì ragionare sulla voce e sulla sulla funzione, nei vari casi in cui si voglia eseguire, capire o recitare; tre cose che si fanno con la voce ma con protocolli specifici e distinti.
Infine è bene ragionare su come si trasforma la semantica stessa della parola “testo” in relazione alle suddette forme.
La poesia è la pietra angolare di queste comparazioni. È da qui che si ricavano regole semplici e generali di comprensione attiva, e cioè recitata. Con la poesia, nell’atto del dire si sperimentano in modo immediato gli alfabeti della “recitazione” intesa nel suo etimo e senso proprio: rivelazione di un pensiero in circostanze mimetiche e non dialettiche, testimoniali in una duplice accezione, e cioè, in presenza di spettatori e in luogo di un mito; e nel suo più alto valore: forma di conoscenza complessa, estranea a ogni separazione delle tecniche e a ogni focalizza-zione del discorso sul significato primo.
La normativa esemplare della metrica, comune sia all’atto compositivo, che a quello della recita, favorisce l’innesto della dimensione affettiva nei processi di conoscenza. Il fatto stesso che ogni “recitante” sia unico e solo, obbliga in ogni caso ad un percorso sperimentale. Questo vuol dire che conoscenza e pensiero sono calati nelle peculiari qualità espressive di ciascuno, prescindendo dalle competenze comunicative. E vuol dire altresì che per ciascuno quelle performance di comprensione, esecuzione, creazione, non saranno mai univoche, mai prevedibili, mai le stesse. Così la poesia, segnala e induce il flusso stesso della vita, irripetibile e imprevedibile. E ne risulta un quadro complesso, completamente estraneo a ogni forma di separazione o di convergenza univoca delle discipline. Ne risulta un quadro potenzialmente eversivo e scandaloso, che è nella natura della poesia, che è nella natura della pedagogia.



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