ἔστιν οὖν τοῦτο Ὁμήρου ἐγκώμιον εἰς Μίνων διὰ βραχέων εἰρημένον, οἷον οὐδ’ εἰς ἕνα τῶν ἡρώων ἐποίησεν Ὅμηρος. ὅτι μὲν γὰρ ὁ Ζεὺς σοφιστής ἐστιν καὶ ἡ τέχνη αὕτη παγκάλη ἐστί, πολλαχοῦ καὶ ἄλλοθι δηλοῖ, ἀτὰρ καὶ ἐνταῦθα. λέγει γὰρ τὸν Μίνων συγγίγνεσθαι ἐνάτῳ ἔτει τῷ Διὶ ἐν λόγοις καὶ φοιτᾶν παιδευθησόμενον ὡς ὑπὸ σοφιστοῦ ὄντος τοῦ Διός. ὅτι οὖν τοῦτο τὸ γέρας οὐκ ἔστιν ὅτῳ ἀπένειμεν Ὅμηρος τῶν ἡρώων, ὑπὸ Διὸς πεπαιδεῦσθαι, ἄλλῳ ἢ Μίνῳ, τοῦτ’ ἔστιν ἔπαινος θαυμαστός. καὶ Ὀδυσσείας ἐν Νεκυίᾳ δικάζοντα χρυσοῦν σκῆπτρον ἔχοντα πεποίηκε τὸν Μίνων, οὐ τὸν Ῥαδάμανθυν· Ῥαδάμανθυν δὲ οὔτ’ ἐνταῦθα δικάζοντα πεποίηκεν οὔτε συγγιγνόμενον τῷ Διὶ οὐδαμοῦ. διὰ ταῦτά φημ’ ἐγὼ Μίνων ἁπάντων μάλιστα ὑπὸ Ὁμήρου ἐγκεκωμιάσθαι. τὸ γὰρ Διὸς ὄντα παῖδα μόνον ὑπὸ Διὸς πεπαιδεῦσθαι οὐκ ἔχει ὑπερβολὴν ἐπαίνου
Questo encomio di Omero a Minosse, detto in breve, è quale Omero non fece per alcun altro degli eroi. Che infatti Zeus è saggio e quest’arte è bellissima, spesso e in molti luoghi lo chiarisce, ma anche qui. Afferma infatti che Minosse si intratteneva ogni nove anni con Zeus, in conversazioni, e lo frequentava per essere educato da un sapiente quale è Zeus. Che dunque Omero non assegnò ad altri tra gli eroi questo dono – essere educato da Zeus – se non a Minosse, è una lode ammirevole. Anche nella Nekya dell’Odissea ha rappresentato Minosse mentre fa il giudice, con uno scettro d’oro, non Radamanti; e neanche qui ha rappresentato Radamanti mentre fa il giudice, e neanche altrove mentre si incontra con Zeus. Per tali motivi affermo che Minosse sia stato elogiato più di ogni altro, soprattutto da Omero. Il fatto di essere l’unico figlio di Zeus ad essere stato istruito da Zeus non ha una lode maggiore.
Sei anni dopo il tragico Aristotele della maturità 2018, al ritorno del greco nella seconda prova del liceo classico, il Ministero ha scelto un brano di Platone, sul tema delle leggi. E forse, da un giurista come l’attuale Ministro, ce lo si poteva anche aspettare.
Si sono rincorse, fin dalle prime ore, le rassicurazioni di docenti e studiosi sulla ‘facilità’ e ‘fattibilità’ del testo. Certo, per un docente esperto, il testo è senz’altro ‘facile’. Ma siamo proprio sicuri che i nostri ragazzi (sono quelli che hanno fatto il biennio in covid) lo hanno percepito così? proviamo a metterci nell’ottica di un maturando, per capire quali insidie, a livello di contenuti e di lingua, nasconde la traccia dell’esame 2024.
Innanzi tutto il testo prescelto: il dialogo Minosse, come chiarito dalla nota introduttiva, è di attribuzione discussa; da alcuni ritenuto sicuramente spurio, è relegato nelle storie letterarie fra i paragrafetti minori della trattazione platonica, come una copia sbiadita delle ben più note Leggi. Molto opinabile, pertanto, la scelta di somministrarlo ad un esame di stato. Davvero non si poteva scegliere testo più noto? Le figure presenti nel brano sono diverse: Omero e Zeus, che certamente devono essere noti; Minosse e Radamanti, in parte chiariti nella nota, che tuttavia non costituiscono figure di primo piano nel panorama del mito greco, da cui si sarebbero potuti attingere ben altri personaggi più noti ai ragazzi.
Le insidie aumentano se si guarda al significato generale del brano. Il tema di fondo è la riflessione sulla fonte del diritto: chi è legittimato a legiferare? Il Socrate platonico individua la qualità del legislatore nella sua caratura morale, come gran parte del pensiero giuridico antico, e per giunta nel rapporto diretto con la divinità. Una riflessione certamente lontanissima dai nostri canoni giuridici democratici, che assegnano il potere legislativo alle maggioranze elette dal popolo e lo separano nettamente da qualsiasi rapporto con la sfera religiosa. I ragazzi sono stati dunque chiamati a riflettere su uno dei terreni in cui più è rimarcata la distanza tra mondo antico e mondo moderno: in modo certamente stimolante, ma sicuramente impegnativo. Molto molto discutibile, infine, la notazione della traccia contenuta nella domanda 3, quasi di foscoliana memoria: “vivere a fianco di persone egregie e, più in generale, la socializzazione con chi riteniamo degno della nostra stima accende l’animo a forti cose”. Discutibile dal punto di vista educativo e pedagogico, se ne sarebbe potuto senz’altro fare a meno.
Se queste sono le criticità contenutistiche del brano, non mancano difficoltà anche a livello linguistico. È soprattutto il gran numero di participi che potrebbe aver messo in difficoltà i ragazzi.
Certamente ostico sarà risultato il conciso φοιτᾶν παιδευθησόμενον ὡς ὑπὸ σοφιστοῦ ὄντος τοῦ Διός, ove ad un infinito va legato il participio con valore finale (e passivo) cui a sua volta è legata un’altra subordinata realizzata con un participio. Problemi potrebbe aver dato anche la lontananza di τοῦτο τὸ γέρας da ὑπὸ Διὸς πεπαιδεῦσθαι, come pure i numerosi predicativi in accusativo costruiti con i πεποίηκε: come renderli? “mentre”? o più semplicemente, ma in italiano duramente, “che…”?
A questo va aggiunta la prolessi di ὅτι … ἐστιν καὶ … ἐστί, … δηλοῖ, ove l’ ὅτι potrebbe essere frainteso con “perché”; e ancora del più lungo ὅτι οὖν τοῦτο …, τοῦτ’ ἔστιν ἔπαινος θαυμαστός, con la stessa criticità. Non scontate sono poi le rese dei πεποίηκε nel senso artistico di “rappresentò”, e soprattutto di συγγίγνεσθαι … τῷ Διὶ ἐν λόγοις nel valore di “stare insieme a Zeus in conversazioni”, che potrebbe esser stato frainteso con “nei racconti” (nonostante fosse ricavabile dal post testo della traccia). Qui, forse, lo studioso si aspetterebbe di veder citato nel commento il parallelo con le frequentazioni di Numa Pompilio con la ninfa Egeria: ma i nostri maturandi? Innegabilmente difficile ὅτῳ ἀπένειμεν … ἄλλῳ ἢ Μίνῳ, che – fatti salvi spiriti e accenti giusti – potrebbe esser stato inteso in svariati, errati, modi. Non semplicissimo, del resto, il temporale ἐνάτῳ ἔτει: nel pretesto il verso omerico ἐννέωρος βασίλευε Διὸς μεγάλου ὀαριστής è tradotto erroneamente “amico intimo del grande Zeus, regnò nove anni”, in luogo di “regnava, ogni nove anni confidente del grande Zeus”; ma immediatamente dopo Socrate chiarisce che “Minosse si recava ogni nove anni nell’antro di Zeus”; come andava dunque tradotta l’espressione del dativo semplice, vista la fuorviante ambiguità del pretesto?
Arduo rendere il σοφιστής più volte riferito a Zeus: certamente non “sofista”, ma quanti potranno esser stati tratti in inganno? E come interpretare ἡ τέχνη αὕτη? “l’arte della sapienza”, “la sua arte”, “quest’arte”? i traduttori oscillano: immaginiamo i ragazzi. E in Μίνων ἁπάντων μάλιστα ὑπὸ Ὁμήρου ἐγκεκωμιάσθαι il μάλιστα sarà da legare ad ἁπάντων o a ὑπὸ Ὁμήρου?
Un brano, dunque, che non soddisfa forse le attese dei più, soprattutto degli studenti, e che per certi aspetti appare controverso nella natura stessa delle argomentazioni d’autore che propone alla riflessione dei maturandi.
Si poteva fare di più? Ma forse non esiste il brano perfetto. Solo quello ideale.



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