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Ismail Kadare, teorico dell’unità culturale greco-illirica

Lorenzo Bergerard

10 Luglio 2024

Il 1° luglio si è spento a Tirana Ismail Kadare (in Francia e in Italia è stata usata la grafia Kadaré), romanziere, saggista e poeta albanese nato ad Argirocastro nel 1936. A qualcuno questo nome potrebbe non dire molto, eppure si tratta di un autore eccezionalmente prolifico, che ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti e ha più volte sfiorato il premio Nobel.

La vicenda umana e intellettuale di Kadare è stata ovviamente segnata da quella del suo paese, oppresso per lunghi anni dalla dittatura di Enver Hoxha: il fatto che egli sia riuscito nonostante tutto a scrivere e, in una certa misura, a pubblicare sembra avere del miracoloso. Verisimilmente, è stato il ricorso all’allegoria e alla metafora a consentirgli di sfuggire, benché solo in parte, ai rigori della censura. Oggi, a oltre trent’anni dalla fine del regime, l’opera di Kadare, almeno in Italia, non è ancora nota come meriterebbe. Negli anni ’80 e ’90 e all’inizio del nuovo millennio, alcuni suoi romanzi e saggi sono stati pubblicati da Longanesi e da editori minori; da qualche anno La Nave di Teseo ha meritoriamente iniziato a pubblicare o ripubblicare i suoi romanzi e i suoi saggi in traduzioni nuove dall’albanese: siamo arrivati a sette titoli (La bambola, La provocazione, Aprile spezzato, La città di pietra, Le mattine al Café Rostand, Il Palazzo dei Sogni), ma è ancora una goccia nel mare. Spiace in particolare che il saggio Eschilo, il gran perdente, su cui avrò modo di soffermarmi, dopo essere stato pubblicato nel 2008 dalla casa editrice salentina “Controluce”, sia oggi pressoché introvabile.

Generalmente, quando si parla di Kadare, si sottolinea la sua condizione di scrittore vessato da un  potere politico ottuso e intollerante; non stupisce quindi che in questi giorni egli venga più che altro celebrato quale campione della libertà intellettuale. Beninteso, in questo non c’è niente di sbagliato, anzi è doveroso tenere in debita considerazione tale aspetto, ma bisogna sempre guardarsi dal rischio di costringere figure di questa levatura nel cliché del “dissidente” (e qui il pensiero va a Milan Kundera, che a tale cliché si ribellò per tutta la vita). Per questo intendo qui concentrarmi su una componente dell’opera di Kadare che andrebbe valorizzata – e che non dovrebbe lasciare indifferenti i classicisti. Mi riferisco all’interesse che lo scrittore albanese ha avuto per il mito greco e al suo tentativo di interpretarlo alla luce dell’idea di una sostanziale unità culturale balcanica. In altre parole, vi sarebbero aspetti della civiltà greca che possono essere illuminati dalla comparazione con le altre culture dei Balcani, ma in primo luogo con la cultura albanese: infatti gli antichi Illiri, da cui gli Albanesi discenderebbero, vantano una precedenza cronologica rispetto agli invasori slavi, stanziatisi nella penisola molti secoli dopo. Concetti come l’onore, la sacralità dell’ospite, la vendetta, l’ereditarietà della colpa e il primato della linea maschile trovano, a parere di Kadare, puntuale riscontro nel Kanun, il diritto consuetudinario albanese. Ma mentre i Greci, già in età classica, avrebbero abbandonato le rigide (e spesso crudeli) norme consuetudinarie, gli Albanesi si sarebbero per secoli “aggrappati” al loro Kanun, opponendosi ai tentativi prima dei Romani e poi dei Turchi di imporre i loro rispettivi sistemi giuridici.

Ed è così che l’autore dell’Orestea, trilogia incentrata sul concetto di giustizia e di giusta vendetta, viene accostato alla figura del giudice kanunario, cioè al saggio che doveva sentenziare sui torti e sulle ragioni delle parti in causa. “Nella tragedia antica c’è, nella maggior parte dei casi, un errore fatale, una colpa che chiede vendetta, un delitto, un omicidio. L’omicidio kanunario ha avuto dentro di sé l’estetica tragica e l’uomo con la coscienza tragica. […] Eschilo era ben informato su ciò che succedeva non solo all’interno della Grecia, ma in tutta la grande penisola balcanica” (Eschilo, il gran perdente, p. 26). E ancora: “Il celebre drammaturgo ci ha fornito la chiave per poter capire che la vendetta di sangue balcanica e in particolare quella tra gli Albanesi, fra i quali essa è sopravvissuta più a lungo, non era altro che un terribile circolo vizioso, in cui il ‘diritto’ spostandosi incessantemente da un clan all’altro, da quello che doveva prendere il sangue a quello che lo doveva dare, offriva carne fresca alla morte. Eschilo ha espresso in maniera molto chiara nella sua opera il fatto che l’eccessiva passione, anche nella legittima difesa, diventa motivo perché il ‘diritto’ si rifugi presso il nostro rivale, il quale, rispondendo nella stessa maniera, diventa motivo di intere generazioni di delitti che accompagnano le generazioni umane” (op. cit. p. 32).

Tra i paragrafi del Kanun, quelli relativi alla sacralità dell’ospite sono forse i più solenni (e forieri di tragiche conseguenze): “La casa dell’albanese è di Dio e dell’ospite” (§ 602); “Si perdona l’offesa fatta al padre e al fratello, ma l’offesa fatta all’ospite non si perdona mai” (§ 649); “Le punizioni [dell’ospitalità violata] consistono nell’incendio e nella distruzione totale fino alle fondamenta dei quattro angoli della casa” (§ 1189). Orbene Eschilo, secondo Kadare, avrebbe avuto il merito di aver chiarito ciò che Omero aveva lasciato nel vago: se infatti il poeta epico può dare l’impressione di ritenere che il motivo della guerra di Troia fosse stato il rapimento di Elena, il drammaturgo è inequivocabile circa il fatto che l’autentico casus belli consisté nella violazione dell’ospitalità da parte di Paride (cfr. Ag. vv. 699-708).

Ancor più interessante è il modo in cui Kadare dà conto di un apparente dettaglio delle Coefore: nel finale di questa tragedia Oreste, dopo l’uccisione di Egisto e Clitemestra, compare in scena e ordina ai servi di dispiegare lo sparganon (il drappo o il peplo) con cui Agamennone era stato avviluppato come in una rete da caccia prima di essere ucciso dalla moglie. Ci si può chiedere come mai Clitemestra non avesse fatto sparire quello che sostanzialmente era il corpo del reato; anzi lo sparganon era stato verisimilmente conservato in un luogo noto e di facile accesso, come si può dedurre dal fatto che Oreste sembra averlo trovato senza bisogno di ricerche particolari. Ebbene, ancora una volta sarebbe la tradizione balcanica a darci la risposta: presso gli Albanesi, infatti, i parenti di una persona uccisa solevano conservarne la camicia insanguinata appendendola in un luogo ben visibile: le macchie secche col passare del tempo cambiavano colore e tale alterazione cromatica era ritenuta un modo in cui il morto comunicava con i vivi e poteva manifestare la sua richiesta di essere vendicato. Impadronendosi del peplo insanguinato, Clitemestra aveva dunque tentato di intercettare i messaggi di Agamennone usandoli a suo vantaggio, e quando aveva visto qualcosa di anomalo nel colore delle macchie, segno che egli era inquieto per il tardare della vendetta, aveva ordinato di offrire al defunto le libagioni che danno il nome alla tragedia, vano tentativo di placarne l’ira.

Passando dalla saggistica alla narrativa, consiglio due romanzi recentemente ripubblicati: i già menzionati Aprile spezzato e Il dossier O. Il primo sviluppa il motivo dell’omicidio kanunario e ha come protagonista una sorta di moderno Oreste albanese, con la differenza che mentre il figlio di Agamennone riesce alla fine a sottrarsi alla catena di vendette, Gjorg sa di andare incontro a un destino ineluttabile e senza speranza. Se il fascino di Aprile spezzato sta soprattutto nell’atmosfera cupa e angosciante, più leggero – a tratti spassoso –  è Il Dossier O (ma si tratta di una leggerezza apparente). Siamo al tempo di re Zog, e la vita di una sonnacchiosa città di provincia albanese è turbata dall’arrivo di due misteriosi stranieri, i quali portano con sé un ingombrante  apparecchio metallico che ovviamente susciterà i timori della superstiziosa popolazione locale.  In realtà si tratta di due grecisti americani di origine irlandese giunti in Albania allo scopo di dimostrare la validità di una teoria che avrebbe finalmente risolto la cosiddetta “questione omerica”. La loro missione, pertanto, è quella di registrare e studiare i poemi degli ultimi rapsodi balcanici ancora attivi tra i monti dell’Albania settentrionale (il misterioso apparecchio è uno dei primi magnetofoni). Come si vede, la vicenda ricorda quella di Milman Parry e Avdo Mededović, con la differenza che qui l’epica slava è sostituita da quella albanese (cosa che peraltro, nel corso della storia, provocherà la gelosa reazione dei Serbi).  L’aspetto divertente del romanzo è rappresentato dallo scompiglio che l’arrivo dei due americani provoca fra la gente del posto: dal viceprefetto, il quale si convince di avere a che fare con due spie e mette in atto una serie di comiche misure di controspionaggio, alla moglie del viceprefetto, la quale, prima ancora di conoscere personalmente i due studiosi, si abbandona a improbabili fantasie extra-coniugali.  Ma non è questo l’aspetto più significativo del romanzo, che anzi, nella sua essenza, si rivela tragico, perché alla fine…Ma qui mi fermo: non voglio rivelare il finale, mi limito a dire che i due americani non riusciranno a dimostrare scientificamente la loro teoria, però, in un certo senso, faranno molto di più…

E così si conclude questo mio breve contributo, la cui natura evidentemente non voleva essere scientifica. Ismail Kadare è stato per me, culturalmente, la grande scoperta degli ultimi anni, scoperta tardiva e forse casuale ma paragonabile per importanza a quella di Kundera. Altri potranno eventualmente criticare, da un punto di vista filologico, storico o antropologico, la tesi dell’unità culturale greco-illirica da me sommariamente descritta (che peraltro è solo una delle componenti dell’opera di Kadare), la mia intenzione è stata quella di ricordare un grande intellettuale europeo e albanese, anzi europeo perché albanese.

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(Euripide)