Omero compose l’Odissea;
dato un tempo infinito,
con infinite circostanze e mutamenti,
l’impossibile è non comporre,
almeno una volta, l’Odissea.
(J.L. Borges, L’Immortale)
Già da qualche mese si sta parlando del grande progetto di Christopher Nolan di produrre The Odyssey, con l’utilizzo di nuove stupefacenti tecnologie della visione, ed ecco che in sordina, quasi di nascosto, è uscito nelle sale italiane Itaca. Il ritorno di Uberto Pasolini, co-produzione internazionale di Italia, Grecia, Francia e Regno Unito. È proprio vero che i classici antichi continuano a parlarci e a farci parlare, nutrono il nostro immaginario e continuano a ispirare le arti di tutti i tempi. E l’Odissea, su tutte le opere dell’antichità, come ben sapeva Italo Calvino, è un labirintico “racconto di racconti”, ossia in se stessa archetipo strutturale, rete del racconto che si auto-costruisce e si auto ri-scrive in continuazione (cfr il saggio del 1981 Sarà sempre Odissea, ora in Saggi 1945-1985, Mondadori, Milano 1995, pp. 888- 896).
Leggendo in rete le recensioni del film di Uberto Pasolini, mi sono imbattuta in critiche di ogni genere, poche quelle positive, per lo più freddine, se non decisamente negative. Certo, se nel film si cercano i versi dell’epica omerica, ovviamente si resta delusi, perché è una riscrittura e dunque una nuova interpretazione della storia, con un nuovo punto di vista che la legge e la rielabora secondo nuovi criteri e nuove priorità esistenziali. Senza mito, senza epos, senza dei.
A parte le deviazioni, le aggiunte, le sintesi e le ellissi rispetto al racconto omerico, che non viene volutamente perseguito, va detto che ci troviamo di fronte a una storia plausibile, con una ambientazione e ricostruzione convincente della società omerica che ci catapulta in un credibile Medioevo ellenico, in cui l’aristocrazia è in tumulto, le lotte per il potere sono violente e improduttive, la crisi economica irreversibile.
Ma non è appunto il canto epico che dobbiamo cercare (anche se effettivamente la tentazione è forte), quanto guardare e comprendere questa nuova opera così com’è.
Innanzi tutto, la narrazione si concentra sul νόστος, il ritorno di un guerriero nella sua terra, presso la quale, un giorno qualunque, approda naufrago e nudo, distrutto e incredulo. I moltissimi anni di vagabondaggi, erranza e deviazioni sono solo allusi non come avventure e prove superate dal multiforme ingegno né come persecuzioni di divinità invidiose, ma come fuga e alienazione, incapacità di riprendere in mano la propria vita dopo l’assurdità della guerra che, come ogni guerra, da allora e per sempre, stravolge il senso di tutte le cose.
Un tema fondamentale del film è dunque l’impossibilità di ricostituire l’identità, tema odissiaco puro del resto, di Uno che è diventato Centomila e infine Nessuno, così come si definisce egli stesso più volte a chi gli chiede, qua e là ad Itaca, “Chi sei tu straniero?”. Nonostante i riconoscimenti di chi gli è più vicino: Eumeo, che capisce presto da solo chi è questo vecchio mendicante, del cane Argo che lo attende da vent’anni per morire al suo ritorno, di Euriclea che lo riconosce dalla cicatrice, come da copione, ma soprattutto di Penelope, che, immediatamente, appena lo vede, sa che è lui e, anzi, la prova dell’arco, in fondo, la propone proprio per lui, perché ora tocca a Odisseo ricomporre i pezzi della propria esistenza e riprendere il proprio ruolo. Quando, alla fine di tutto, dopo la strage dei pretendenti, Penelope lo aiuta a lavarsi ed esclama: “Quanto sangue!” il corpo del guerriero rivela i segni dell’anima disfatta dalla perdita di sé, dall’abominio cieco di violenza e uccisioni, dall’angoscia di un ritorno quasi disperato. Di nuovo lui vorrebbe fuggire: ”Voglio dimenticare” ripete alla moglie, ma lei saggia proprio come ce la descrive Omero, ricuce di nuovo la tela squarciata della vita del marito: “Ti aiuterò io a ricordare. Prima ricorderemo insieme e poi dimenticheremo insieme”.
Telemaco invece, in apparente contrasto con l’Odissea omerica (ma non possiamo non rammentare i versi del primo libro, quando ad Atena/Mente Telemaco rivela con un certo tono desolato e stizzito che lui in realtà non sa affatto chi sia suo padre, che sono gli altri a dirlo “figlio fi Odisseo” e che, per quanto lo riguarda, il padre potrebbe essere chiunque), rifiuta questo padre che non riconosce, che non c’entra niente con l’eroe di cui ha sentito parlare fin da bambino e che gli scatena nel cuore sentimenti contrastanti di odio, rancore, ossessione, attrazione e repulsione; si sente abbandonato e lo vuole punire, rinfacciandogli la colpa dei mali di Itaca, delle umiliazioni di sua madre e soprattutto l’origine della propria debolezza, delle proprie paure, della propria inerzia. Quando infine lo vede combattere spietato e strenuo, nella sala della reggia, lo “ritrova” e con lui trova se stesso: a questo proposito, ho reputato molto potente la scena dell’uccisione a sangue freddo di Antinoo da parte di Telemaco. Perché in quell’atto di disumanità Telemaco diventa un uomo, finalmente può vedersi in suo padre e, solo così, andare oltre, trovare infine il coraggio di vivere la propria vita. Anche la vecchiaia e la morte di Laerte sono rappresentate in modo molto diverso dall’originale, forse con lo stesso scopo di raffigurare quella necessaria continuità tra padre e figlio che è alla base della possibile discontinuità e della piena autonomia del figlio: Laerte ha perso la ragione, è un vecchio demente che non riconosce più niente e nessuno, muore e si celebra il suo funerale a cui Odisseo assiste di nascosto da lontano. Quindi, poco prima dell’impresa finale, va presso il suo sepolcro a piangere e a chiedergli consiglio. La coscienza della morte di Laerte diviene per Odisseo concreta significazione della coscienza di sé, cioè quella di un uomo che ormai ha smesso di essere figlio ed è divenuto lui stesso anziano padre e unico re di Itaca.
E dunque, in fondo, dentro questo film, Omero c’è.
Tra i detriti dei secoli che lo hanno trascinato fino ai nostri giorni, nel fondo della mente del regista che lo ha fatto riemergere di nuovo dalla tempesta delle storie da raccontare per ritornare ancora, naufrago di un perenne νόστος.




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