«È bene ciò che dà maggiore realtà agli esseri e alle cose, male ciò che gliela toglie».
(Simone Weil)
Insegnare alle nuove generazioni i poemi omerici comporta ogni volta in noi docenti dubbi e riflessioni sulle forme che la ricezione di opere tanto antiche possa assumere. Storicizzare, ricostruire i contesti, la lingua, la metrica, i contenuti sono tutte operazioni che la scuola svolge regolarmente, ma rimane un senso di inquietudine sulle potenzialità etiche ed esistenziali dei racconti epici rispetto alla formazione dei ragazzi del nostro tempo. Senza arrivare a ricusare apertamente i deliri della cancel culture che ha addirittura condannato l’insegnamento di Omero perché razzista, maschilista e violento (1), credo al contrario, in linea con le recenti sollecitazioni di Emanuele Lelli (2), che sia doveroso per i docenti di lingue e letterature classiche focalizzare l’attenzione dei percorsi di studio sull’aspetto formativo in senso valoriale ed etico. In tale direzione si colloca la scelta di proporre alle mie classi una rilettura dei passi iliadici del XXIV libro in cui Priamo e Achille, nemici irriducibili dopo la morte di Patroclo ed Ettore, entrano in contatto, dialogano, si comprendono. Nel nostro tempo irretito davanti alla guerra in Ucraina, il poema della guerra per eccellenza, l’Iliade, ci pone infine di fronte ad un inaspettato messaggio di pace, di incontro e condivisione tra nemici, che si riconoscono uomini, simili e uniti dal dolore.
Attraverso alcuni semplici, e perciò immediati ed efficaci, strumenti di rappresentazione poetica (3), Omero concretizza un evento eccezionale – allora come ora – nel momento culminante di una guerra disastrosa, ovvero l’incontro tra i due protagonisti degli schieramenti contrapposti, Achille e Priamo, fino al reciproco pieno riconoscimento:
– Il dettaglio dei gesti, attraverso un linguaggio performativo: Priamo abbraccia le ginocchia di Achille; Achille lo tocca per tre volte in una sorta di climax ascendente, sia in termini fisico-spaziali (dal basso verso l’alto) sia in termini affettivo-relazionali (Achille fa in modo con la mano che Priamo si emancipi pian piano e definitivamente dalla sua sottomissione supplichevole); il con-pianto comune; il mangiare e bere, il dormire.
– Le sequenze dialogiche, ovvero le parole del cuore: dalle parole della pietà e della commozione reciproca al patto onorevole finale.
– La focalizzazione sullo sguardo reciproco e la forza del silenzio: fin dal primo momento dell’incontro i due si guardano in faccia e poi arrivano a non parlare neppure più: si rallegrano nel guardarsi, si ammirano profondamente l’un l’altro.
Seguiamo da vicino il racconto omerico per chiarire meglio.
Achille è il protagonista indiscusso della vicenda iliadica, sia in praesentia (libro I, libri IX, XI, XVI-XXIV), in quanto tutto ruota intorno alla sua µῆνις, al suo dolore, alla sua forza invincibile e alla sua autorevolezza indiscussa) sia in absentia (libri II-VIII, libri XII-XV), in quanto gli Achei subiscono danni e mali in battaglia e si sbandano, fino a vedere le navi incendiate. Omero delinea Achille come una figura che definirei senza dubbi ‘tragica’. In effetti, il fulcro centrale dell’animo e del pensiero di Achille nel corso delle vicende dell’Iliade sembra basarsi sulla convinzione che la vita non ha valore né senso: l’eroe lo sa da sempre, lo sa in modo consapevole ma sembra non volerci pensare, non voler prendere fino in fondo i contatti con questa assurda verità. Così appare sin dal principio, autoreferenziale, concentrato su sé stesso, attaccatissimo all’eroismo, all’onore, alla gloria, al riconoscimento della forza, al desiderio di sopraffazione e vendetta. Possiamo definire però tali valori come una sorta di “palliativi” e “distrattori”. La presa di coscienza del proprio nulla arriva a un certo punto, quando se ne sta da solo con sé stesso, lontano dalla battaglia: allora si conosce e percepisce in sé un vuoto di senso. L. I, vv 352 ss., La vita è nulla, almeno sia salvo l’onore…
Μῆτερ ἐπεί μ’ ἔτεκές γε μινυνθάδιόν περ ἐόντα,
τιμήν πέρ μοι ὄφελλεν Ὀλύμπιος ἐγγυαλίξαι
Ζεὺς ὑψιβρεμέτης·
E ancora, nel libro L.IX, vv. 401-416, quando parla con gli ambasciatori di Agamennone che lo pregano di lasciare l’ira e tornare a combattere, egli in sintesi arriva a sostenere che la vita è nulla e non ha senso neanche l’onore (“me ne torno a casa e lascio tutto, vado a vivere tranquillo all’oscuro, in privato senza correre pericoli”).
Nel libro XVIII, vv. 85 ss., quando è morto l’amico Patroclo, la disperazione lo porta anche a considerare non soltanto che la vita è nulla, ma anche che sarebbe stato meglio non essere mai nati, tanto da rimproverare la madre di averlo messo al mondo (αὐτίκα τεθναίην, ἐπεὶ οὐκ ἄρ’ἔμελλον ἑταίρῳ κτεινομένῳ ἐπαμῦναι).
D’altra parte, le caratteristiche tipiche e specifiche della personalità di Achille sono la spietatezza e l’irremovibilità, l’enormità delle passioni e la unilateralità: infatti egli è spietato e irremovibile nel mantenimento dell’ira, è spietato e violento nell’attacco ai Troiani (e a tutti i loro aiutanti, divinità comprese) quando Patroclo è stato ucciso da Ettore ed egli torna in battaglia a vendicarlo. Soprattutto Achille è spietato, violento ed empio anche a detta delle divinità nel duello con Ettore e nell’infierire sul cadavere di Ettore. Nella lingua omerica, egli ha un νηλεὲς ἦτορ, amplificato dalle similitudini che l’epos gli riserva: su tutte, ricordiamo che viene paragonato a un leone assetato di sangue o a un incendio che devasta un monte.
Infine, Achille è anche, di conseguenza, irrimediabilmente solo: la smisuratezza della sua forza nella battaglia lo rende spesso solo contro tutti = ἀριστεύειν ἀείν (cfr. libri XX, XI, XXII). La μῆνifin dal primo libro lo porta a isolarsi e chiudersi in sé. La consapevolezza del destino di morte imminente ne sottolinea la diversità e l’eccezionalità. L’esasperazione di emozioni e sentimenti lo chiude in sé nell’incomunicabilità. Spesso si trova per lui la formula: δ’ ἀπάνευθε καθήατο.
Proprio da qui possiamo partire per ricostruire l’incontro tra Achille e Priamo e le conseguenze di questo per entrambi. Ma prima occorre tratteggiare, sia pure rapidamente, la figura di Priamo, vecchio re dei Troiani, di stirpe nobilissima che può vantare lo stesso Zeus come capostipite, paradigma del re giusto e potente, del capofamiglia irreprensibile, ma soprattutto dell’uomo anziano saggio e profondo nel giudizio. Tre sono i momenti che lo vedono protagonista nella trama generale dell’Iliade: nel l. III, quando incontra Elena, la consola e l’accoglie da padre alleggerendola dalla colpa della guerra (che in realtà è volontà degli dei e del Fato), mentre tutti la guardano biecamente, e con lei ammira con lealtà i grandi guerrieri nemici dalle mura sovrastanti le Porte Scee di Ilio, attraverso l’espediente della τειχοσκοπία; nel l. XXII, quando è il primo ad avvistare Achille che galoppa fiero dalla pianura alle mura di Troia per chiamare fuori dalla città Ettore e ucciderlo nel duello fatale. Qui Priamo supplica il figlio, piangendo e strappandosi i capelli dal capo, di non uscire dalle mura e di rinunciare al duello perché troppo inferiore al nemico: parla di Achille con angoscia e odio per tutti i figli che già gli ha ucciso in battaglia e per la ferocia con cui distrugge i suoi avversari. Ovviamente Ettore non sente ragioni, neppure quando la supplica gli arriva dalla madre Ecuba, ma la scena sembra perfettamente preparatoria all’incontro finale tra Priamo ed Achille, che è appunto il terzo momento che vede il re dei Troiani protagonista della narrazione epica.
Ripercorriamo dunque uno ad uno i momenti del libro XXIV che potremmo definire le tappe della μεταβολή di Achille (ma anche di Priamo): il passaggio dal ‘sistema dell’ira’ e dell’odio al ‘sistema della ‘pietà’, ovvero compassione e condivisione del dolore proprio e reciproco.
1.La divinità guida Priamo. Il dio Ermes, per volontà di Zeus, accompagna Priamo e l’araldo Ideo fino alle tende di Achille, impedendo che sentinelle o cani o altri possano vederli. Li introduce nel cortile attorno all’abitazione e lì il dio si rivela e consiglia a Priamo di abbracciare Achille alle ginocchia e di parlargli del padre Peleo per accattivare la sua benevolenza (vv. 462-467).
2. Priamo nella tenda di Achille. Priamo entra da solo e non visto nella tenda di Achille, gli si getta alle ginocchia e gli bacia la mano omicida. Tutti sbalordiscono e soprattutto Achille:
vv. 477-485
Entrò non visto il gran Priamo, e standogli accanto
strinse fra le sue mani le ginocchia d’Achille, baciò quella mano tremenda, omicida, che molti figliuoli gli uccise.
Come quando grave colpa ha travolto un uomo,
che, ucciso in patria qualcuno, fugge in altro paese,
in casa d’un ricco, stupore afferra i presenti;
così Achille fu sbalordito, vedendo Priamo simile ai numi,
e anche gli altri stupirono e si guardarono in faccia.
ὣς Ἀχιλεὺς θάμβησεν ἰδὼν Πρίαμον θεοειδέα·
θάμβησαν δὲ καὶ ἄλλοι, ἐς ἀλλήλους δὲ ἴδοντο.
4. La supplica. Poi, ai versi 486- 502, Priamo parla. E, cosa straordinaria, Achille lo lascia parlare e lo ascolta. Il vecchio è ancora a terra, faccia alle ginocchia del nemico. Cerca un incontro con l’animo, con la sfera emotiva e affettiva di Achille mettendosi a confronto con suo padre Peleo, come gli aveva suggerito Ermes. Si tratta di un buon espediente per stabilire un immediato contatto di analogia e corrispondenza.
Ma Priamo prendendo a pregare gli rivolse la parola:
“Pensa al tuo padre, (μνῆσαι πατρὸς σοῖο) Achille pari agli dei,
coetaneo mio, come me sulla soglia tetra della vecchiaia
Il vecchio re spinge Achille a provare pietà del padre lontano, solo e senza l’aiuto del figlio ad affrontare gli affanni:
e lo tormentano forse i vicini, standogli intorno,
perché non c’è nessuno che il danno e il male allontani…
Poi sottolinea il rapporto di similitudine rovesciata tra il padre di Achille e sé stesso:
Pure sentendo dire che tu sei ancora vivo
gode in cuore e spera ogni giorno
di vedere il figliolo tornare da Troia.
Ma io sono infelice del tutto, che generai forti figli
nell’ampia Troia, e non me ne resta nessuno…
ma Ares furente ha sciolto i ginocchi di molti,
e quello che solo restava, che proteggeva la rocca e la gente,
tu ieri l’hai ucciso, mentre per la sua patria lottava,
Ettore… Per lui vengo ora alle navi dei Danai,
per riscattarlo da te, ti porto doni infiniti.
Priamo, è infelice del tutto (αὐτὰρ ἐγὼ πανάποτμος), perché non ha più figli in vita, non ha speranze. L’ultimo lo ha massacrato proprio Achille, per lui ora è venuto, per riscattarne il cadavere con doni infiniti. Come a dire: siamo simili io e tuo padre, ma io sono molto più infelice di lui. ho diritto alla tua attenzione, perché si potrebbe verificare a lui la mia stessa condizione. Cioè: siamo al cuore stesso dell’incontro e del senso di ‘prossimità’, mettersi nei panni dell’altro.
Achille, rispetta i numi, abbi pietà di me
pensando al padre tuo: ma io son più misero,
ho patito quanto nessun altro mortale,
portare alla bocca la mano dell’uomo che ha ucciso i miei figli!
ἀλλ’ αἰδεῖο θεοὺς Ἀχιλεῦ, αὐτόν τ’ ἐλέησον
μνησάμενος σοῦ πατρός· ἐγὼ δ’ ἐλεεινότερός περ
5. La reazione di Achille. Nei versi successivi succedono due cose rilevanti:
– Achille scosta dolcemente con la mano Priamo dalle sue ginocchia;
– i due piangono a lungo insieme.
Disse così, e gli fece nascere brama di piangere il padre:
allora gli prese la mano e scostò piano il vecchio:
Ὣς φάτο, τῷ δ’ ἄρα πατρὸς ὑφ’ ἵμερον ὦρσε γόοιο·
ἁψάμενος δ’ ἄρα χειρὸς ἀπώσατο ἦκα γέροντα.
Entrambi pensavano e uno piangeva Ettore massacratore
a lungo, rannicchiandosi ai piedi di Achille,
ma Achille piangeva il padre, e ogni tanto
anche Patroclo; s’alzava attraverso la dimora quel pianto.
Avviene così, con il gesto della mano che tocca il viso di Priamo per spostarlo e con il pianto comune di entrambi, quello che Simon Weil definisce unica condizione per il bene: ‘dare realtà’ all’altro, sentire l’altro reale, vedere nell’altro la bellezza dell’essere e contemplarla.
6. Il riconoscimento della Realtà dell’Altro. A questo punto, vv. 515 e ss., Achille ha un’altra reazione coerente con la prima:
Ma quando Achille glorioso si fu goduto i singhiozzi,
passò dal cuore e dalle membra la brama
Subito si alzò dal trono e fece alzare per mano il vecchio, commiserando la testa canuta, il mento canuto…
In greco:
αὐτίκ’ ἀπὸ θρόνου ὦρτο, γέροντα δὲ χειρὸς ἀνίστη
οἰκτίρων πολιόν τε κάρη πολιόν τε γένειον.
La commiserazione si esprime dapprima con la mano, che fa alzare Priamo, lo toglie, cioè dalla posizione subalterna iniziale e lo eleva al proprio livello, e poi con la parola.
Ahi, misero, quanti mali hai patito nel cuore!
Ti ammiro perché sei venuto da solo fino alle navi dei Danai: davanti agli occhi di chi ti ha ucciso molti e gagliardi figli: σιδήρειόν νύ τοι ἦτορ.
Riconosce in lui qualcosa di sé stesso, la solitudine nell’azione di coraggio estrema, andare dal suo peggior nemico da solo, appunto. Aver riconosciuto l’altro e averlo compatito riporta Achille a una dimensione di umanità, ridiventa uno tra gli altri, riflette sulla sorte di tutti gli esseri umani. Così si esprime infatti:
Basta piangere, ora. Gli dei hanno deciso per i mortali una sorte comune, vivere nel dolore, mentre loro sono senza dolori.
ὡς γὰρ ἐπεκλώσαντο θεοὶ δειλοῖσι βροτοῖσι
ζώειν ἀχνυμένοις· αὐτοὶ δέ τ’ ἀκηδέες εἰσί.
Achille si mostra saggio e assennato, preannuncia i punti sostanziali della σοφία arcaica, quella di Esiodo, Solone Eschilo, Erodoto: nessuno può dirsi felice fino al bilancio finale della morte. In questa considerazione si condensa il passaggio alla philantrophìa che permette ad Achille di uscire dalla sua solitudine e dal suo isolamento per incontrare l’Altro.
Zeus ha due vasi: uno di mali, uno di beni: ad alcuni dà da tutti e due, ad altri solo da quello dei mali. Ad esempio, a Peleo e a Priamo ha dato doni magnifici, ma anche dolori: a Peleo un figlio solo, che morrà presto a Troia, dopo aver fatto strage proprio dei figli di Priamo….
Così Achille ricompone la distanza tra la condizione di Priamo e quella del padre Peleo: in realtà la somiglianza tra i due è perfetta!
6. L’autocontrollo di Achille. Segue un intermezzo che sembra rompere l’equilibrio: ai vv. 552-677 Priamo chiede di nuovo con insistenza il cadavere di Ettore, rigettandosi ai piedi di Achille. Il momento rischia di diventare difficile: Achille si irrita, ma si controlla e si contiene, e anzi, dopo aver ammonito il vecchio a non insistere troppo, visto che ormai è deciso a restituirgli il corpo, si allontana a prendere il bottino. Quindi ordina alle schiave di lavare e ungere il corpo di Ettore secondo il rito, con l’accortezza di non mostrarlo a Priamo ancora tanto malridotto.
7. Il rito dell’ospitalità. Achille torna poi da Priamo e prepara il banchetto, invitando l’ospite a mangiare e a bere. Rasserenato, Priamo accetta, e dopo il banchetto si guardano a lungo a vicenda, si ammirano reciprocamente e si rallegrano guardandosi. Così leggiamo ai vv. 628 e ss.
αὐτὰρ ἐπεὶ πόσιος καὶ ἐδητύος ἐξ ἔρον ἕντο,
ἤτοι Δαρδανίδης Πρίαμος θαύμαζ’ Ἀχιλῆα
ὅσσος ἔην οἷός τε· θεοῖσι γὰρ ἄντα ἐῴκει·
αὐτὰρ ὃ Δαρδανίδην Πρίαμον θαύμαζεν Ἀχιλλεὺς
εἰσορόων ὄψίν τ’ ἀγαθὴν καὶ μῦθον ἀκούων.
αὐτὰρ ἐπεὶ τάρπησαν ἐς ἀλλήλους ὁρόωντες
Dopo la cena, Priamo esprime il bisogno di dormire, dopo tanti giorni che non mangiava e non dormiva e Achille gli consiglia di giacere fuori, affinché nessuno lo veda.
8. Il patto e la tregua. Prima del riposo però, e del tutto inaspettatamente, Achille chiede a Priamo per quanti giorni vuole la tregua per il rito funebre di Ettore. Priamo è stupito e lo ringrazia, vv. 659 e ss. Achille concede la richiesta, e rassicura il vecchio stringendogli la mano (terzo contatto fisico attraverso il gesto della mano), vv. 668 e ss.
ὸν δ’ αὖτε προσέειπε ποδάρκης δῖος Ἀχιλλεύς·
ἔσται τοι καὶ ταῦτα γέρον Πρίαμ’ ὡς σὺ κελεύεις·
σχήσω γὰρ πόλεμον τόσσον χρόνον ὅσσον ἄνωγας.
Ὣς ἄρα φωνήσας ἐπὶ καρπῷ χεῖρα γέροντος
ἔλλαβε δεξιτερήν, μή πως δείσει’ ἐνὶ θυμῷ.
Prese al polso la mano del vecchio, la destra, affinché non temesse nel cuore.
Achille rispetta ora la dimensione religiosa e civile, apre la sua visione solipsista alla relazione, alla comunicazione e al rispetto delle regole della convivenza civile. I due nemici ora fanno accordi per così dire ‘politici’ e il gesto del darsi la mano destra vuol dire sancire un patto, dare la fides (4). Priamo può andare e Achille riposa. Finalmente Briseide si stende a dormire accanto a lui che non mangia e non dorme da molti giorni, da quando Patroclo è morto. La lacerazione del libro primo si è così ricomposta, e l’Iliade può finire (quanto meno nella coerenza logica del suo intreccio attorno ad Achille, anche se di fatto continua con il compianto e i funerali di Ettore a Troia).
L’Iliade si chiude dunque con un atto di φιλία tra nemici, ponendosi in definitiva non tanto e non soltanto come canto della guerra e del valore in battaglia, come ‘poema della forza’, per citare ancora Simone Weil, quanto come canto dell’umanità dolente che incontra e condivide la propria sorte con l’Altro per eccellenza, il nemico, e dunque come il poema di un tutt’altro tipo di FORZA.
(1) All’inizio di gennaio 2021 il Wall Street Journal raccontava come una scuola americana avesse scelto di rimuovere l’omerica Odissea dal curriculum di studio perché ritenuta “razzista” e “non abbastanza inclusiva”. “Sono molto orgogliosa di dire che quest’anno abbiamo rimosso l’Odissea dal curriculum!”, aveva detto un’insegnante della Lawrence High School di Lawrence (Massachusetts), includendo l’hashtag #DisruptTexts, che indica il movimento nato sui social e tra i docenti Usa decisi a lottare contro i testi accusati di contenere messaggi “di supremazia e colonizzazione dei bianchi”. (www.huffigtonpost.it 15 marzo 2021)
(2) www.aiccanticoemoderno.it 14 aprile 2022, E se avessimo dimenticato l’etica?
(3) Interessante a tal proposito il saggio J. GRETHLEIN – L. HUITINK, Homer’s vividness, in “The Journal of Hellenic Studies”, 2017, Vol. 137, pp. 67-91, in cui si affronta la famosa “vividezza” della rappresentazione poetica di Omero alla luce delle nuove tendenze delle Neuroscienze e in particolare della Teoria “enattivista”, secondo cui il poeta arcaico non descrive mai con dettagli minuziosi, ma si basa su brevi accenni e su semplici azioni fisiche, in grado di innescare il meccanismo della visualizzazione mentale nell’uditorio che partecipa così ‘attivamente’ alla situazione narrata rappresentandosela autonomamente con la propria fantasia. La parte finale dell’articolo arriva a constatare che that an enactivist take on Homer’s vividness is not incompatible with the ancient concept of enargeia, the chief rhetorical term with which Homer’s vividness is characterized in ancient criticism.
(4) La riflessione dei Greci sulla comunità civile fondata sulla φιλία come bene reciproco e necessario, alla base della legislazione e dell’εὐδαιμονία è un tema importante in Aristotele, Ethica Nicomachea. Interessante a tal proposito il saggio di PIETRO DEL SOLDA’, Sulle ali degli amici. Una filosofia dell’incontro, Marsilio, Venezia 2020, in particolare pp. 88-100.



