LEZIONI

Per una lezione di storia, arte ed educazione civica visuale con metodologia ADV (Attivismo didattica visuale): “Extinction”, la mostra itinerante di Max Papeschi

Carla Vetere

22 Giugno 2024

Per una lezione di storia, arte ed educazione civica visuale con metodologia ADV (Attivismo didattica visuale). Un esempio di attività interdisciplinare tramite “Extinction”, la mostra itinerante di Max Papeschi, ed il docufilm “I misteri dell’esercito di terracotta”.

«L’uomo cammina per giornate tra gli alberi e le pietre. Raramente l’occhio si ferma su una cosa, ed è quando l’ha riconosciuta segno di un’altra cosa: un’impronta sulla sabbia indica il passaggio della tigre, un pantano annuncia una vena d’acqua, il fiore dell’ibisco la fine dell’inverno. Tutto il resto è muto e intercambiabile; alberi e pietre sono soltanto ciò che sono. Finalmente il viaggio conduce alla città di Tamara…Cosa veramente sia la città sotto questo fitto involucro di segni, cosa contenga o nasconda, l’uomo esce da Tamara senza averlo saputo. Fuori s’estende la terra vuota fino all’orizzonte, s’apre il cielo dove corrono le nuvole. Nella forma che il caso e il vento danno alle nuvole l’uomo è già intento a riconoscere figure: un veliero, una mano, un elefante…» (I. Calvino, “Le città invisibili”)

Il poeta Eugenio Montale disse in una celebre lirica che “la storia non è magistra di nulla che ci riguardi”, intendendo con questo che il passato ci trasmette lezioni inimitabili e irripetibili, e, proprio per questo, senza tempo; la storia travalica il presente perché è un eterno presente: un memento per tutti gli uomini che, ciascuno con la propria esistenza, contribuiscono a costruire la storia lastricando le sue strade con valori irrinunciabili che anche la nostra Costituzione Recepisce pienamente. Infatti all’articolo 9 recita “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.” Nello stesso periodo la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo promulgata a Parigi, il 10 dicembre 1948 sottolineava la necessità di consentire ad ogni cittadino di «prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico e ai suoi benefici».

La Commissione Franceschini nel 1964 aveva definito il Patrimonio Culturale «Tutto ciò che costituisce testimonianza materiale avente valore di civiltà». In un recente convegno tenuto in Emilia Romagna “Educazione al patrimonio culturale. Approcci e prospettive”, la dottoressa Patrizia Cirino della Direzione Generale Musei Emilia Romagna ha evidenziato come il concetto di patrimonio culturale è un processo dinamico e relazionale in continua evoluzione, un prodotto costruito storicamente e determinato geograficamente, esito di una costruzione quasi mai pacifica, aperto a ogni manipolazione ideologica e politica ricostruita come fonte di autorità. Il patrimonio è portatore di una identità plurale, evidenzia una appartenenza culturale multipla data da scambi e da stratificazioni. dall’incontro, di diverse influenze culturali. Ha inoltre ricordato che la storia è segnata da conflitti, relazione tra memoria e riconciliazione”.

E qui arriva il tema cruciale della guerra che porta alla distruzione delle opere d’arte. La nostra Costituzione all’articolo 11 recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli”. Il verbo “ripudiare” implica un giudizio morale di condanna senza appello e una scelta politica di rinuncia alla violenza armata come strumento di risoluzione dei conflitti tra i popoli. Le controversie non possono essere risolte con le armi. Nel 2005 con la Convenzione di Faro si avvia una seria riflessione riguardo alla distruzione del patrimonio culturale dell’ex Jugoslavia proprio a seguito del conflitto e si afferma l’importanza dell’eredità cultuale come fattore di coesione sociale e di unificazione. In Italia è stata promulgata quasi subito dopo la legge 152/2006 (Codice dell’Ambiente) in cui si contemplano la prevenzione, la responsabilità diretta di chi attenta al patrimonio e lo sviluppo sostenibile. Quest’ultimo punto, come è noto, costituisce anche l’obiettivo fondamentale dell’Agenda 2030 poi declinata in 17 Sustainable Development Goals. Inoltre con la Legge Costituzionale 1/2022 tra i principi fondamentali della Costituzione Italiana è stato introdotto quello della “Tutela dell’ambiente” che prevede la promozione e lo sviluppo di cultura e ricerca e la tutela del paesaggio e dei beni culturali ed ambientali.

Proprio la riflessione sulla vicenda di opere d’arte protagoniste di un momento irripetibile della storia mi ha consentito di elaborare una lezione di educazione civica visuale con metodologia ADV. Infatti l’artista e scrittore milanese Max Papeschi, definito l’Andy Wharol italiano, ha recentemente presentato al Terminal 1 dell’Aeroporto di Milano Malpensa la sua mostra “Extinction”- chapter one”. L’opera è costituita da due installazioni poste l’una di fronte all’altra. Da una parte ci sono 54 statue in terracotta che hanno il corpo di antichi guerrieri cinesi Xi’an ma la testa di nani da giardino: questa prima installazione prende il nome di “Zwergen Dämmerung” (“Crepuscolo dei nani”). Di fronte alle statue viene proiettato un video dal titolo “Snow White Overdrive” in cui gli stessi guerrieri sono riproposti ma ridotti a frammenti di dati composti e ricomposti incessantemente e ad alta velocità per rendere la voracità compulsiva di informazioni e, forse, la follia, di una società della conoscenza condizionata dalle nuove tecnologie che ha perso di vista i suoi obiettivi alti e mira solo alla costruzione e decostruzione di ciò a cui la cultura e la storia danno vita. Come dice l’artista stesso, è una sorta di “lost in traslation”: la ricerca ossessiva di una possibile interpretazione a posteriori porta con sé una perdita di significato e di senso, in altre parole di cultura viva. Il video è stato realizzato in collaborazione con Michele Ronchetti e mostra il processo di elaborazione dei nani grazie all’intelligenza artificiale che ha consentito l’incontro/scontro e l’intersezione di ben 4 culture: cultura orientale, cultura occidentale, universo e matematica.

Papeschi immagina l’umanità del futuro in una prospettiva fantascientifica. In un mondo molto lontano dal nostro arrivano alcuni vecchi messaggi molto deteriorati dalla Terra, un pianeta oramai completamente disabitato. Gli alieni che ricevono i messaggi si chiedono la ragione dell’estinzione della razza umana e, come in uno scavo archeologico, cercano di ricostruire le fattezze degli uomini con l’ausilio dell’intelligenza artificiale.  Il suo messaggio è chiaro da una parte l’assurdità della guerra, che porterà inevitabilmente all’estinzione dell’umanità (da qui il titolo “Extinction”), dall’altra l’impoverimento della cultura. Appare veramente significativo che l’artista abbia deciso di usare una materia povera ma molto concreta come la terracotta e di accostarle una “non materia” qual è quella delle immagini digitali con cui vengono proiettate ad alta velocità 1200 opere d’arte in continuo movimento. Non può avere un futuro un’umanità con l’armatura di chi è sempre pronto a combattere e non si sofferma sugli individui e sulle culture, che brucia il tempo e “consuma” letteralmente la propria esistenza.

Questi due linguaggi ricevono voce dallo strepitoso sound design realizzato da Fabrizio Campanelli che alterna momenti di nostalgia struggente e di un rimpianto penetrato dalla ferocia che resta forse la cifra più vera di questa umanità vista da alieni di cui non conosciamo né il volto né la voce.

La mostra di Max Papeschi è stata la degna introduzione alla presentazione di una straordinaria campagna di scavo che molto recentemente (nel 2024) è stata oggetto di un film – documentario britannico dal titolo “I misteri dell’esercito di terracotta”. Questo docufilm prodotto da Netflix racconta la storia dei guerrieri ritrovati in uno scavo archeologico condotto nel 1974 in Cina, a Xi’an, nel sito del mausoleo di Qin Shi Huang, il primo imperatore cinese (259 a.C. – 210 a.C.). Si tratta di ben 8000 statue in terracotta: un esercito progettato per proteggere per l’eternità l’imperatore. Questi manufatti presentano alcune caratteristiche che li rendono straordinari. Innanzitutto ogni statua è differente dall’altra e riproduce guerrieri di tutte le razze e di tutte le estrazioni sociali: una sorta di riproduzione in scala dei popoli su cui Qui Shi Huang governava. Incredibilmente però tutte le 8000 statue rinvenute sono state regolarmente decapitate e spesso ridotte in frantumi, fatto che ha destato la curiosità e la perplessità degli archeologi. In effetti è quantomeno singolare che delle 8000 statue nessuna sia rimasta intatta. Cinquant’anni dopo la straordinaria scoperta sono stati restaurati solo un decimo di questi soldati di terracotta ma intanto gli studiosi hanno cercato di capire cosa sia successo: il docufilm si presenta come una lunga intervista a coloro che si sono occupati e ancora si occupano dello scavo e del restauro. È stata esclusa l’ipotesi di un terremoto che, se si fosse verificato con forza tanto distruttiva da ridurre in pezzi le statue, avrebbe compromesso anche gravemente il mausoleo. L’ipotesi attualmente proposta dagli studiosi tiene conto di alcuni dati storici. Innanzitutto Qin Shi Huang è stato il primo imperatore cinese (il suo nome significa proprio questo): ha unificato con inaudita ferocia tutta la Cina che in effetti, sotto il suo regno, comprendeva tanti popoli diversi e diede inizio alla costruzione a scopi difensivi della Grande Muraglia Cinese. Attraverso la lettura e l’interpretazione di numerosi fonti scritte, si è ipotizzato che, nel complesso momento della morte dell’imperatore, la corte fu tormentata per lunghi anni da intrighi e tradimenti, dunque il successore o uno dei successori dell’imperatore, facendo anche leva sull’odio del popolo verso colui che era considerato un tiranno, decise di distruggere tutte le statue a guardia della dimora immortale dell’imperatore e di dar fuoco al sito.

Di qui una necessaria riflessione sulla guerra che perpetua sé stessa e sull’importanza di spezzare questa catena di odio che porta solo alla distruzione e, letteralmente, alla decapitazione di una civiltà. L’atto stesso di separare le teste dai corpi ha un fortissimo valore evocativo e simbolico: un corpo privo della mente non è altro che un automa e quello che si perde sono i tratti somatici e distintivi che caratterizzano razze e culture diverse. Una sorta di genocidio post mortem, un tentativo non di cancellare la memoria ma di renderla innocua, inoffensiva e perciò priva di significato e di insegnamento.

La mostra di Papeschi insieme al film “I misteri dell’esercito di terracotta” sono dunque diventati gli strumenti per un intervento di pedagogia del patrimonio culturale – la cui importanza è stata ribadita dal Ministero della Cultura nel 2023 attraverso il Piano Nazionale per l’Educazione ed il Patrimonio –

come approccio interdisciplinare per prevenire i conflitti e tutelare la pace attraverso il dialogo e lo sforzo di comprensione tra culture e linguaggi diversi.

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