1. INTRO
Propongo qui la versione per così dire ‘teorica’ e rielaborata di un modulo letterario da me effettivamente svolto nell’appena trascorso a.s. nella IV ginnasiale, in cui insegno italiano, e in parte anche nella prima liceale in cui insegno latino e greco (qui inserito in un percorso più ampio sul tema dell’identità e quindi analizzato in lingua originale). A parte gli aspetti più tecnici e gli approfondimenti scientifici, i ragazzi si sono mostrati molto ricettivi e hanno commentato con diverse attività anche laboratoriali i testi e le tematiche presentati, immedesimandosi nei personaggi ed elaborando attraverso di loro le proprie emozioni.
L’episodio odissiaco che vede protagonisti Odisseo e Nausicaa occupa il VI libro dell’Odissea e, come è stato da molti osservato, esemplifica in senso paradigmatico le caratteristiche socio-antropologiche dell’ospitalità, concetto sacro per gli antichi, che nel nostro discorso daremo invece per scontato. Vogliamo piuttosto esplorarne gli aspetti più propriamente tematici, quelli che connotano l’episodio come “incontro letterario” così come li ha evidenziati, a partire dall’archetipo odissiaco appunto, Romano Luperini, attraverso la sua lettura delle opere della letteratura europea tra Otto e Novecento, nel saggio L’incontro e il caso. Narrazioni moderne e destino dell’uomo occidentale (2007).
L’incontro tra Odisseo e Nausicaa risulta dunque, secondo l’analisi di Luperini, un tema che ha a che fare con il contenuto e con il contesto dell’opera, un evento che attua la contingenza del cronotopo, un motore narrativo della trama.
1. È un ‘tema’ vero e proprio, in quanto ha a che fare in senso stretto con il contenuto della vicenda, ovvero con l’inventio (secondo la retorica classica) dell’opera, ma porta con sé anche elementi extratestuali, fondativi dell’immaginario, che invece hanno a che fare con la storia culturale, l’antropologia, la sociologia e la filosofia. Nel caso specifico l’incontro tra Odisseo e Nausicaa propone una sorta di forma archetipica per le mille sfumature della scena tipica dell’incontro d’amore, sia pure qui solo accennato e sotteso, su cui invece insisteranno le riscritture moderne e contemporanee [Basti ricordare James Joyce che nel VI capitolo dell’ Ulisse, dal titolo Nausicaa, fa imbattere Leopold Bloom nella giovanissima Gerty MacDowell sulla scogliera di Dublino e il loro incontro si consuma tutto in ammiccamenti erotici fatti di sguardi e pulsioni senza dialogo e contatto].
Eppure nel racconto omerico l’incontro tra i due assume anche altre connotazioni tematico-contenutistiche fondamentali: la capacità di stabilire un contatto profondo tra persone estranee, la prossimità come condivisione e aiuto reciproco, la disponibilità ad assumersi la responsabilità della sorte e della vita dell’altro. E su questi aspetti in particolare torneremo nel nostro discorso.
2. È anche un ‘evento’ fondamentale nella narrazione e dunque si colloca all’incrocio dello spazio e del tempo, attua cioè la convergenza di un momento e di uno spazio determinati: Odisseo è naufrago sulla spiaggia di Scheria proprio presso la foce del fiume che gli ha salvato la vita accogliendolo nelle sue acque calme, alle cui rive, tra il fogliame e di due alberi tra loro intrecciati, decide di passare la notte. Ma proprio lì la mattina seguente si reca Nausicaa a lavare i panni dei fratelli con le sue ancelle: la convergenza dei livelli spazio-temporali viene perfettamente scandita tra la fine del V e l’inizio del VI libro.
3. L’incontro tra Odisseo e Nausicaa, infine, è un ‘artificio’ necessario alla trama dell’Odissea, è un nodo nell’intreccio narrativo della storia, ha a che vedere con quella che la retorica classica definiva dispositio. In particolare si tratta di un ‘motore’ narrativo di grande forza propulsiva che ha la funzione di spingere avanti la vicenda e cambia la sorte oggettiva del nòstos di Odisseo.
Su questo aspetto si sofferma particolarmente Giuseppe Aurelio Privitera nel suo saggio Il ritorno del guerriero (Einaudi, Torino 2005, pp. 113-126), fondamentale e ormai imprescindibile commento per chi vuole affrontare la lettura del poema antico.
Come sostiene il filologo, infatti, perché tutto il meccanismo narrativo generale funzionasse, il poeta doveva inserire un incontro del protagonista con qualcuno dei Feaci che lo accogliesse con benevolenza e anche qualcosa di più. Doveva introdurre una nuova figura speciale e pregnante che facesse da tramite tra l’eroe, i regnanti e tutto il popolo, e rappresentarla, sia pure con pochi tratti salienti, nella sua interezza e nella sua realtà facendola divenire protagonista assoluta del libro VI e dell’incontro con Odisseo. Così scrive affettuosamente Privitera:
In nessuna opera della letteratura occidentale esiste un’altra Nausicaa: alta, luminosa, sognante, cara, giudiziosa e nobilmente coraggiosa, legata al padre da un profondo e pudico affetto. Simile in tutto a una dea .
2. IL TESTO OMERICO: ODISSEA, VI
Veniamo finalmente al testo omerico e ripercorriamo i tratti salienti di questo incontro e le conseguenze sulla vicenda.
● All’inizio del libro Atena, mentre il suo beneamato dorme, si reca nella reggia di Alcinoo, accanto al letto di Nausicaa, principessa figlia del re, assume le sembianze di una coetanea sua amica e la sprona a svegliarsi presto per recarsi alla spiaggia, presso la foce del fiume, a lavare le vesti splendenti. La dea insiste su un paio di punti in particolare che stanno molto a cuore alla ragazza e che verranno puntualmente ripreso nel discorso di Odisseo, perfetto alter ego umano di Atena.
Primo punto le nozze vicine, che evidentemente lei desidera; secondo punto l’assennatezza nel rispetto di consuetudini e tradizioni che la rendano meritevole agli occhi della sua comunità di riferimento:
Proprio così si diffonde la gloriosa fama
tra gli uomini: ne gioiscono il padre e la madre augusta.
(traduzione di G.A. Privitera)
Il padre le concede il carro e le mule, leggendo nel suo intimo i desideri della ragazza, senza però neppure accennandovi. Rapidamente Nausicaa e le ancelle arrivano alla foce del fiume, prima di tutto si danno ai lavori di lavandaie, poi si bagnano e si ungono, infine mangiano tutte insieme. Dopo il pasto decidono di giocare con una σφαίρα, una palla, lungo la spiaggia. Quando stanno per andarsene, su istigazione della solita Atena, Nausicaa fa un lancio troppo lungo e la palla finisce nel mare. Le ragazze si mettono a gridare tutte insieme e il grido risveglia Odisseo.
● All’inizio egli ha timore, non sa dove si trova, da chi provengono le grida e, come spesso gli capita, parla tra sé e sé, ma non si smentisce e decide: ἀλλ’ ἄγ’ ἐγὼν αὐτὸς πειρήσομαι ἠδὲ ἴδωμαι. Proverà e vedrà lui stesso direttamente di che si tratta. Pertanto comincia ad avanzare tra le foglie per tenere coperte le parti intime:
ὣς Ὀδυσεὺς κούρῃσιν ἐϋπλοκάμοισιν ἔμελλε
μείξεσθαι, γυμνός περ ἐών· χρειὼ γὰρ ἵκανε.
σμερδαλέος δ’ αὐτῇσι φάνη κεκακωμένος ἅλμῃ,
τρέσσαν δ’ ἄλλυδις ἄλλη ἐπ’ ἠϊόνας προὐχούσας.
Tutte fuggono qua e là, ma Nausicaa rimane ferma, Atena le infonde coraggio nel cuore, στῆ δ’ ἄντα σχομένη gli sta davanti “essendosi trattenuta”.
● vv. 141 – 185 Ora la ‘telecamera’ della narrazione è tutta su Odisseo.
Per la seconda volta nel giro di pochi versi deve prendere in fretta una decisione: meglio parlare alla fanciulla da lontano con gentilezza e dolci parole o gettarsi alle sue ginocchia e supplicarla? Meglio rimanere lontano, potrebbe irritarsi Comincia così al. V. 149 il μειλίχιον καὶ κερδαλέον μῦθον. Possiamo dividerlo in due macro-sequenze principali, la captatio benevolentiae con l’enumerazione delle qualità eccezionali della interlocutrice fino a v. 169 e poi la richiesta di aiuto concreto da v. 170 a v. 185, secondo la tipica struttura dell’Inno cletico. Soffermiamoci sulla prima macro-sequenza.
L’enumerazione delle qualità della fanciulla rispecchia l’etica e la visione del mondo antico, collocando il supplice entro un quadro di riferimento corretto e condiviso, a cui però si aggiunge qualcosa in più, alcune note di geniale raffinatezza persuasiva che solo Odisseo può pensare e dire.
1. Nausicaa sembra d’aspetto una dea, come Artemide, per esempio.
2. Se è mortale, siano tre volte beati i suoi familiari che certo sono sempre pieni di gioia nell’animo grazie a lei.
3. Ma ancor più beato chi la sposerà. Non a caso Odisseo insiste su questo punto, ha intuito che è un punto debole della ragazza, che è il canale comunicativo che certamente la colpisce di più, proprio come avevano intuito Atena (dea) e Alcinoo suo padre che la conosce benissimo. l’intuizione di odisseo è quindi particolarmente rilevante e lo pone a un livello superiore rispetto agli altri uomini.
4. Il ‘colpo di grazia’ suasorio e suadente avviene però quando paragona Nausicaa a un germoglio di palma visto una volta a Delo tanto tempo prima
οὐ γάρ πω τοιοῦτον ἴδον βροτὸν ὀφθαλμοῖσιν
οὔτ’ ἄνδρ’ οὔτε γυναῖκα· σέβας μ’ ἔχει εἰσορόωντα.
Δήλῳ δή ποτε τοῖον Ἀπόλλωνος παρὰ βωμῷ
φοίνικος νέον ἔρνος ἀνερχόμενον ἐνόησα·
ἦλθον γὰρ καὶ κεῖσε, πολὺς δέ μοι ἕσπετο λαός,
τὴν ὁδόν, ᾗ δὴ μέλλεν ἐμοὶ κακὰ κήδε’ ἔσεσθαι·
ὣς δ’ αὔτως καὶ κεῖνο ἰδὼν ἐτεθήπεα θυμῷ,
δήν, ἐπεὶ οὔ πω τοῖον ἀνήλυθεν ἐκ δόρυ γαίης,
ὡς σέ, γύναι, ἄγαμαί τε τέθηπά τε, δείδια δ’ αἰνῶς
γούνων ἅψασθαι· χαλεπὸν δέ με πένθος ἱκάνει.
Perché con i miei occhi non vidi mai un mortale così,
né uomo né donna: stupore mi prende guardandoti.
Vidi a Delo, vicino all’altare di Apollo,
una volta, un germoglio di palma nascente innalzarsi così:
perché sono stato anche lì e mi seguì un grande esercito
su quella strada, da cui doveva venirmi dolore e sventura.
E come nel vedere anche quello rimasi stupito nell’animo,
a lungo, perché dalla terra non crebbe mai prima un fusto così,
così o donna ti ammiro e stupisco e temo terribilmente
di toccarti le ginocchia: una pena dolorosa mi opprime.
(traduzione di G.A. Privitera)
Ecco che agli occhi della fanciulla Odisseo non può più essere considerato uno da poco, anzi la parola dell’eroe cancella -quasi- la sua attuale condizione fisica ed estetica poco gradevole, e lo colloca su un altro livello. Inoltre, con il cenno al viaggio a Delo da cui gli sarebbero derivate tante sventure, Odisseo ottiene due effetti importanti: il primo è dare realtà circostanziata al termine di paragone utilizzato, il φοίνικος νέον ἔρνος, emancipandolo dalla mera retorica interessata e funzionale; il secondo è predisporre l’animo della interlocutrice alla richiesta d’aiuto del momento, visto che egli si presenta come viaggiatore colpito costantemente dai mali e dalle sventure preannunciando in analessi il racconto delle proprie peregrinazioni.
Resta in aria una domanda che lascio all’interpretazione di ognuno: Odisseo sta dicendo la verità? Il suo è solo un discorso fittizio e studiato al fine di ottenere qualcosa di estremamente concreto e necessario per lui, o pensa davvero quello che dice? A me piace pensare che siano vene entrambe le cose.
La seconda macro-sequenza del discorso riassume in breve l’esperienza del naufragio durante il viaggio da Ogigia. Odisseo chiede pietà e si definisce supplice di lei, che è la prima persona con cui parla su quella terra sconosciuta. Le domanda di indicargli la via per raggiungere il cento abitato (ἄστυ δέ μοι δεῖξον) e poi le chiede un telo, qualcosa con cui coprirsi. La peroratio finale, però, torna sul tema dell’augurio di splendide nozze e riprende i toni dell’incipit:
Gli dei ti concedano quanto nel tuo cuore desideri,
un marito e una casa, e per compagna la felice
concordia; perché non c’è bene più saldo e prezioso,
di quando con pensieri concordi reggono la casa
un uomo e una donna: molto dolore ai nemici
ma gioia agli amici: ma soprattutto loro ne hanno gloria.
(traduzione di G.A. Privitera)
● Dal v. 186, diversamente da come ci aspetteremmo in quanto lettori moderni, Omero non descrive in dettaglio lo stato d’animo, l’interiorità di Nausicaa a tali parole, ma dalla sua risposta, dalle azioni che compie e infine dal piano che lei stessa organizza per aiutare al meglio lo sconosciuto deduciamo che ne è rimasta affascinata ed è del tutto ben disposta nei suoi confronti. Gli dice subito che non le sembra un miserabile o un pazzo (οὔτε κακῷ οὔτ’ ἄφρονι φωτὶ ἔοικας) e gli rivela dove si trova e come si chiama il popolo. Quindi richiama le ancelle: che non abbiano più nessuna paura, ma piuttosto diano cibo e bevande allo ξένος, lo aiutino a lavarsi e lo rivestano. Odisseo preferisce lavarsi da solo in disparte, si unge, si veste e Atena lo fa apparire più bello e più giovane.
Vv. 236 e ss.
ἕζετ’ ἔπειτ’ ἀπάνευθε κιὼν ἐπὶ θῖνα θαλάσσης,
κάλλεϊ καὶ χάρισι στίλβων· θηεῖτο δὲ κούρη.
Nausicaa lo guarda ammirata e dice alle ancelle che non lo disdegnerebbe come sposo. il pensiero costante delle nozze ritorna in auge in questo frangente e anche più avanti, quando la ragazza suggerisce allo straniero di non farsi vedere vicino a lei perché la gente penserebbe certo ad un promesso sposo e non vedrebbe di buon occhio che una delle proprie giovani donne, anzi la principessa stessa di Scheria, scelga come marito uno straniero e non uno dei Feaci valenti e orgogliosi.
● Nei vv. 289-315 Nausicaa consiglia con meticolosa precisione come sarà meglio per Odisseo muoversi attraverso la sua terra e la sua città, poi si allontana con il carro e le ancelle lasciando Odisseo da solo a invocare l’aiuto di Atena.
L’incontro tra Odisseo e Nausicaa diviene ‘prossimità’, vicinanza nel momento in cui la giovane principessa accoglie e si prende cura del naufrago straniero. Perché lo fa? Quale messaggio ci trasmette il testo omerico?
1. In primo luogo, Nausicaa è guidata dalla divinità, dunque non è del tutto autonoma, come sempre accade in testimonianze di età arcaica, la sua scelta. Atena organizza la strategia dell’accoglienza per il suo protetto dovunque e comunque può, ma attenzione: non sempre nell’Odissea questa strategia le è permessa, né può generare dal nulla le condizioni che auspica, perché la divinità omerica non è onnipotente né onnisciente, anche se possiede facoltà eccezionali. Atena può solo indirizzare a suo vantaggio il corso degli eventi con sapienza e astuzia più che umane, ma comunque simili alle umane.
2. In secondo luogo, la principessa dei Feaci ha una personalità coraggiosa e nobile, intelligenza e sicurezza tali che le permettono di affrontare il nuovo e di mettersi in dialogo con l’altro, è figlia di re e conosce e interpreta il suo ruolo e i suoi ‘poteri’, come si vede nel modo di trattare le ancelle e di gestire la situazione, ma sa stare al suo posto nella reggia, in mezzo ai nobili e agli anziani.
3. In terzo luogo, Nausicaa desidera le nozze ed è proiettata verso l’esterno, verso la relazione interpersonale. È quindi per così dire pronta a conoscere l’altro da sé e a uscire fuori dal guscio. Ma in ogni caso, desideri e convinzioni personali in lei non divergono dalla mentalità comune di riferimento e dai valori condivisi: rispetto della famiglia, buona reputazione, ossequio dell’ospite, religiosità.
Se questi sono presupposti favorevoli all’incontro, presenti già nel carattere di Nausicaa, tali da predisporla ad accogliere Odisseo, credo che Omero abbia altresì voluto, per l’ennesima volta, porre l’attenzione sulla capacità di quest’ultimo di porsi nel mondo, di entrare in relazione e di modificare la realtà in cui si trova grazie a intelligenza, pazienza, autocontrollo e soprattutto parola.
Il μειλίχιον καὶ κερδαλέον μῦθον fa la differenza, compone la distanza, rassicura e affascina Nausicaa. Prima ancora della bellezza esteriore, della forza fisica e della fama che l’eroe, di lì a poco, dimostrerà al cospetto di tutti i Feaci.
4. LA FUNZIONALITA’ NARRATIVA E IDENTITARIA DELL’INCONTRO TRA ODISSEO E NAUSICAA
Come scrive Privitera, il fine della Feacide, cioè della sosta di Odisseo presso i Feaci nell’isola di Scheria, nei libri VI-VII-VIII-IX-X-XI-XII, è duplice:
1. da una parte, è quello di raccontare la sua vita dopo l’espugnazione di Troia, le sue vicende di viaggio, il proprio vissuto e la perdita della flotta e dei compagni, e dunque di cominciare a ricomporre la propria identità eroica tramite la memoria e il racconto, identità che si compirà poi con l’azione a Itaca (dal l. XIII al XXIV);
2. d’altra parte, il fine è anche quello di trovare degli aiutanti per ritornare a Itaca, Odisseo trova infatti accoglienza e disponibilità da parte dei Feaci, popolo di “traghettatori”.
A questo punto risulta necessario un piccolo approfondimento per chiarire questo duplice scopo e significato dei libri dedicati alla sosta di Odisseo presso i Feaci.
Rispetto al primo scopo, va ricordato in particolare che Odisseo ricompare nella vicenda del poema solo nel V libro, quando si trova nell’isola di Ogigia presso la Ninfa immortale Calipso, che da sette lunghi anni lo tiene appunto ‘nascosto’ e isolato da tutti, e sono dieci anni che egli ha lasciato Troia e venti che non torna in patria. Ora gli dei impongono alla Ninfa di lasciarlo andare e infine riesce a partire su una zattera da lui stesso ‘ben costruita’, nonostante le suppliche di lei e la sconvolgente proposta di farlo diventare immortale e giovane per sempre se sarà disposto a restare. Naturalmente egli rifiuta: e su questo rifiuto si aprirebbe un discorso troppo lungo e impegnativo per i limiti del nostro intervento, in quanto argomento di riflessioni e riscritture innumerevoli in ogni tempo [Cfr. P. BOITANI, Il grande racconto di Ulisse, Il Mulino, Bologna 2016]. Alla fine del l. V Odisseo si salva in extremis, e con aiuti divini e sovrannaturali, dalla terribile tempesta che Poseidone gli ha scatenato contro vedendolo sereno e tranquillo navigare da Ogigia verso Itaca. Egli è naufrago, solo, abbrutito [Quell’aggettivo σμερδαλέος che gli studenti imparano subito!], incrostato di salsedine, affamato e nudo. Dorme, come un animale, tra le foglie ammucchiate in un giaciglio, tra i rami intrecciati di un olivo e un oleastro: ha raggiunto il grado zero dell’esistenza, è ora diventato per ironia della sorte esattamente quell’Οὖτις, Nessuno, con cui per scherno e astuzia si era fatto chiamare dal Ciclope. Sono dieci anni che non si vede più tra i popoli del mondo allora conosciuto, tutti lo credono morto e, secondo la visione del mondo arcaica, l’identità umana è posta dal di fuori, è relazionale e reputazionale, non individuale e autocosciente, come per i moderni.
La sosta presso i Feaci permette a questo “non-Odisseo”, o meglio a questo “non-più Odisseo”, di riaffermate gradatamente e prima di tutto a se stesso la propria identità. Seguiamone dunque le tappe:
1. VI l. Capacità di persuadere e sedurre con la parola che sgorga raffinata e piacevole dopo un ragionamento e una puntuale ricognizione delle circostanze e degli interlocutori, abilità da sempre e da tutti riconosciuta soprattutto a lui (si veda l’Iliade);
2. VII l. Ai vv. 237-238 la regina Arete rivolge a Odisseo la domanda identitaria per eccellenza: ξεῖνε, τὸ μέν σε πρῶτον ἐγὼν εἰρήσομαι αὐτή· τίς πόθεν εἰς ἀνδρῶν; ma lui risponde solo genericamente. Deve ancora “dimostrare” di essere quello che dirà di essere.
3. VIII l. Due cose fondamentali per la ricomposizione dell’identità di Odisseo: il canto di Demodoco, che ripropone le vicende della guerra di Troia e ricorda le imprese degli eroi, tra cui Odisseo stesso, tanto che nell’ascolto egli piange di commozione coprendosi con il manto; e poi le gare, ἆθλα, dei giovani feaci in cui, dopo molte provocazioni a mettersi alla prova, Odisseo con sprezzo fa un lancio del giavellotto incredibilmente potente e stupisce tutti causando ammirazione.
4. Proprio nell’incipit del libro IX Odisseo, per l’ennesima volta sollecitato dai regnanti Alcinoo e Arete sulla propria identità, pronuncia il fatidico: εἴμ’ Ὀδυσεὺς Λαερτιάδης, al v. 19, e poi, via via nei versi successivi, l’identificativo intero con la specificazione del patronimico, della provenienza, dei titoli socio-politici posseduti. E, da qui, per quattro libri interi, egli racconterà finalmente le sue peripezie di viaggio: attraverso il proprio racconto pubblico, rivelato davanti a tutti, e quindi propulsore di fama, Odisseo ritrova definitivamente se stesso. Alla fine del racconto i Feaci si decidono a trasportarlo a Itaca ed egli è pronto a riprendere il suo posto.
E qui una precisazione: chi sono i Feaci? Secondo Omero, essi erano originariamente abitanti di terre vicine ai feroci Ciclopi e il loro re Nausitoo li aveva trasferiti a Scheria per evitare i soprusi di quelli. La loro genealogia vede all’origine Poseidone, che aveva generato Nausitoo da una mortale. Essi vivono remoti da tutti per essere al sicuro, non amano essere visitati, ma preferiscono recarsi loro dagli altri. Conoscono e rispettano le leggi dell’ospitalità, ma non amano gli stranieri, vivono nella più totale riservatezza. Sono frequentati dalle divinità come gli uomini dei primordi; hanno navi che si muovono velocissime, guidate dal pensiero. La loro è una specie di terra di mezzo: tra l’Aldilà fiabesco e sovrannaturale e il mondo umano, conservano caratteristiche dell’uno e dell’altro. Vivono beati in una sorta di paradiso terrestre fermo all’età dell’oro, non lavorano e non faticano, la terra dà spontaneamente i frutti, banchettano e godono dell’arte e dei giochi. Il castello di Alcinoo è d’oro e pietre preziose, il giardino è incantato. L’eroe trova nei Feaci i più adatti mediatori, e dunque trasportatori, dal mondo oscuro, misterioso dei suoi viaggi incredibili alla ‘realtà’ di Itaca, dal non luogo del viaggio al luogo dell’identità e della ricostituzione del proprio ruolo socio-esistenziale. Presso i Feaci Odisseo si ritrova e dimostra chi è: con la parola, il racconto, l’azione. Grazie a questo passaggio, può finalmente ritornare. I Feaci sono dunque transazione e mediazione. E Nausicaa è mediatrice tra Odisseo e i Feaci stessi.



