STUDI

Sulpicia’s poems, culture cancel & gender studies

di Giuliano Cianfrocca

15 Agosto 2023

Perché tanto e scombiccherato inglese nel titolo di un testo rivolto, essenzialmente, a colleghe e colleghi che tentano di insegnare “Classics & antiquities” ai nostri studenti, la maggior parte dei quali italiani? C’è, e risulterà forse chiaro nel seguito di queste mie considerazioni, un intento ironico e finanche sarcastico. Ma c’è soprattutto la presa d’atto dell’importanza del recente dibattito statunitense sul connotato di genere e sull’etnocentrismo negli studi classici e (absit iniuria verbis) filologici: il dibattito che ha brillantemente trattato qualche mese fa Alice Borgna in Tutte storie di maschi bianchi morti.
Revisionismo storico e studi classici

La discussione, soprattutto nel mondo anglosassone, ha agitato le acque di solito placide dei nostri studi preferiti. Tale discussione, nel bene (non molto) e nel male (non poco), ha comunque riportato al centro dell’interesse analitico una questione centrale, che credo dovremmo sottolineare di frequente con i nostri studenti: chi era Tucidide, da quale sfruttamento bestiale dei suoi schiavi nelle miniere d’argento in Tracia traeva le ricchezze che gli permettevano di fare politica, essere stratego e scrivere di Storia? Cosa dobbiamo dire ai nostri ragazzi delle paternalistiche e opportunistiche azioni del più grande oratore latino che dà in sposa la figlia tredicenne (la Tulliola che dichiara, e ostenta, di amare immensamente) ad un influente e maturo uomo politico che lo può aiutare in un momento di difficoltà e che sposa lui stesso, sessantenne, una ventenne di grande bellezza dopo un clamoroso divorzio? Dobbiamo forse rinunciare a quanto di grande, bello, fondante per la nostra cultura hanno prodotto persone dall’etica e dalla condotta di vita tanto riprovevoli? Nell’editoriale di un passato numero di Quaderni di Storia, Luciano Canfora lamentava en passant l’impermeabilità degli studiosi anglosassoni all’elaborazione culturale dei non-anglofoni, che ha impedito loro di cogliere i frutti di una ricerca anche autocritica che da noi si svolge ormai da molti decenni, oggi anche grazie all’intersezione tra le nostre amate discipline classiche e l’antropologia, la sociologia storica, la scienza della comunicazione. Posso esimermi dall’elenco dei “padri nobili” di questo profondo ripensamento (ricordo solo che il classico Antichisti e impero fascista di Mariella Cagnetta è  del 1973). Ormai per noi non-anglosassoni è chiaro che non si tratta di applicare alla storia antica le nostre categorie e la nostra sensibilità, insomma di praticare quella che ormai siamo soliti chiamare “Culture Cancel”, ma  di riconoscere e valorizzare la sostanziale “alterità” del mondo classico.

 

Uomini diversi da noi

Così, felicemente, cinquant’anni fa l’antropologo John Beattie intitolava un saggio dal sottotitolo  Lineamenti di antropologia sociale. È proprio questo, credo, che dovremmo trasmettere ai nostri studenti e alle nostre studentesse: quegli uomini ci interessano perché sono diversi da noi, non nonostante siano diversi da noi. Una lezione che è anche un insegnamento per la convivenza, qui e ora, con genti e persone interessanti e che ci arricchiscono proprio in quanto portatrici di culture, prospettive, visioni del mondo “altre”. Un nodo di connessione tra le nostre discipline curriculari e l’educazione civile (oltre che – scolasticamente – “Civica”), forse? Accettare che una persona, nostra contemporanea o vissuta ad Atene nel V secolo, sia diversa da noi non significa spegnere l’attenzione critica, il vaglio anche etico sui suoi comportamenti; significa invece disporci all’attenzione e al colloquio perché siamo coscienti che quella persona è portatrice di un universo di valori che merita di essere conosciuto: nel caso di Tucidide o Cicerone perché è da loro, anche, che derivano il nostro senso della Storia e del nesso tra bene pubblico e interesse privato; nel caso del nostro prossimo contemporaneo perché non è possibile interloquire se non riconoscendo valore all’interlocutore.

 

E Sulpicia?

Lo studio critico delle poesie e della “persona” di Sulpicia, che è il nucleo della presente proposta didattica, si può presentare ai nostri studenti all’interno di una più generale discussione del valore degli studi classici anche nell’analisi di “uomini (e donne) diversi da noi”. Sulpicia ha la speciale caratteristica di essere l’unica poetessa di lingua latina di cui ci siano rimaste poesie. O almeno, della quale siano sopravvissute poesie a lei attribuite (e anche questo è un dettaglio che possiamo sfruttare didatticamente per illustrare il lavoro del filologo).
Come sappiamo, negli ultimi anni, anche in connessione con lo sviluppo dei “gender studies”, l’orientamento degli studiosi si è progressivamente spostato verso il riconoscimento dell’autenticità di almeno sei se non di tutte le poesie del ciclo dell’amore tra la poetessa e Cerinto. Ultimamente (novembre 2022), in colloquio alla Normale di Pisa, Alison Keith (Università di Toronto) sintetizzava così i pregiudizi che per secoli hanno impedito di considerare Sulpicia la vera  autrice delle elegie che il Corpus Tibullianum le attribuisce:

“She didn’t write it.
She wrote it, but she shouldn’t have. [it’s sexual!] She wrote it, but look what she wrote about. [sex!] She wrote it, but she wrote only one of it. [or 5 or 6 or 7 – not all 8!] She wrote it, but “she” isn’t really an artist and “it” isn’t really serious, of the right genre – i.e., really art. [“it’s the simple expression of a young girl’s heart”] She wrote it, but it’s only interesting/included in the canon for one, limited reason. [she’s a she!] She wrote it, but there are very few of her. [she’s the only one!] She wrote it, but she doesn’t fit in. [it’s easy to dismiss/ignore/overlook an anomaly]»
«Non l’ha scritto lei.
L’ha scritto lei, ma non avrebbe dovuto. [parla di sesso!] L’ha scritto lei, ma guarda di cosa ha scritto. [sesso!] L’ha scritto lei, ma ne ha scritto solo uno. [o 5 o 6 o 7 – certamente non tutti e 8!] L’ha scritto lei, ma “lei” non è davvero un’artista e “il prodotto” non è molto serio, non è del genere giusto, cioè non è davvero arte. [“è l’ingenua espressione del cuore di una fanciulla”] L’ha scritto lei, ma è interessante/incluso nel canone solo per una ragione specifica. [perché “lei” è una lei!] L’ha scritto lei, ma ce ne sono pochissimi di lei. [“lei” è l’unica!] L’ha scritto lei, ma non ci sta. [è facile respingere/ignorare/trascurare un’anomalia]».

Il divertente klimax inverso di Keith sottolinea sarcasticamente l’impossibilità, da parte del “classico” filologo classico di accettare, tutte insieme, delle eventualità che urtano le convenzioni del I secolo a.C. e le proprie convinzioni personali: una grande giovanissima poetessa latina descrive con toni passionali e con grande trasporto erotico una vera relazione con un vero amante.

Le elegie di Sulpicia come oggetto di attività laboratoriale

Il Corpus  di Sulpicia ha evidenti difficoltà,che sono però, o possono essere, interessanti stimoli di discussione e approfondimento.
Sul piano dell’analisi filologica:

  1. La ragione del suo inserimento nel III libro delle elegie di Tibullo;
  2. La compatibilità con lo stile di Tibullo
  3. L’eventuale individuazione di motivi unificanti (e implicitamente anti-augustei) della poesia del Circolo di Valerio Messalla.

Sul piano dell’antropologia sociale:

  1. Sulpicia poteva permettersi tanta libertà perché era parte dell’aristocrazia senatoria o nonostante lo fosse?
  2. La vicinanza all’avunculus rientrava nel topos antropologico che voleva lo zio materno generoso e condiscendente verso i nipoti?
  3. La sua sensualissima passione per Cerinto ci dice forse che “lui” fosse di condizione sociale inferiore, e quindi più disponibile a subire il ribaltamento poeta/amata versus poetessa/amato?

Sul piano della storia della critica:

  1. Spiegare il mutamento del giudizio critico nel corso degli ultimi cinque secoli;
  2. Motivare l’attuale orientamento “autenticista”, anche in connessione con quanto si diceva di gender studies e della immissione nell’Accademia di un gran numero di studiose.

Sono temi complessi e certamente difficili da inserire nell’orario già compresso che possiamo dedicare alla Letteratura Latina, stretti come siamo da mille incombenze, scadenze, competenze da accertare. La mia modesta proposta è quella di aprire in classe uno spazio di riflessione, da articolare in un’unità didattica distribuita su 4-5 lezioni, per avvicinare i ragazzi e le ragazze ad un lavoro di ricerca che mostri come gli studi storico-letterari (socio-antropologici, anche) siano una scienza e che pertanto non costruiscano né verità assolute né meri apprezzamenti dettati dal gusto personale; e quindi, come tutte le scienze, richiedano strumenti rigorosi di verifica di ipotesi e suggestioni, fino a farne delle solide teorie.
Una smentita, anche, alle critiche di chi ritiene gli studi classici lontani dalla scientificità e dalla razionalità che si vorrebbero dominanti nel mondo contemporaneo.
Certamente un compito arduo, ma articolare diversamente e proficuamente il rapporto tra Classicità e Modernità è nella missione della nostra Associazione.

Sono largamente debitore, per gli stimoli e la spinta ad aggiornare le mie conoscenze e le mie considerazioni, al lavoro di una mia ex studentessa, Anita Minerva: La sofferenza elegiaca nella rappresentazione femminile dalle Heroides a Sulpicia, Scuola Normale Superiore, Pisa 2023 (spec. pp. 28-45). È per me un piacere citarla qui, anche se il merito di esserle stata mentore nei primi passi delle lingue classiche non spetta a me ma ad una collega ben più valida, anch’essa socia della nostra Associazione.

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