Può capitare che, rileggendo testi pur frequentati decine di volte, in decine di anni, all’ennesima (e del tutto casuale) lettura sorga un interrogativo che sembra mettere in dubbio certezze acquisite, appunto da decenni, su brani più che noti, se non mandati a memoria.
Così è capitato, a chi scrive, di porsi una domanda mai posta sul testo di una delle ‘scene’ più celebri dell’altrettanto celeberrima ode di Saffo con la quale – almeno questo sembra certo – si apriva la raccolta alessandrina della poetessa. È il momento in cui Saffo rievoca un incontro passato con Afrodite, e riferisce le prime tre domande della dea, che subito dopo farà parlare in prima persona (fr. 1,15-18 V.=N.):
ἤ]ρε’ ὄττ[ι δηὖτε πέπονθα κὤττι 15
[⸏]δη]ὖτε κ[άλ]η[μμι
κ]ὤττι [μοι μάλιστα θέλω γένεσθαι
μ]αινόλαι [θύμωι·
La martellante ripetizione di ὄττι, κὤττι, κὤττι unita alla climax δηὖτε, δηὖτε, μάλιστα, sono elementi retorici di grande impatto, e nessun lettore o commentatore ha mai rinunciato a sottovalutarli. E tuttavia, dalle interpretazioni alle traduzioni, sembra emergere qualcosa che a me è apparso ex abrupto come un’aporia. Mi pare di aver riscontrato, infatti, che la stragrande maggioranza degli interpreti concordi nell’assegnare al primo e al terzo ὄττι valore pronominale, mentre al secondo valore avverbiale:
chiedevi che cosa di nuovo io avessi patito e perché
di nuovo ti stessi chiamando
e che cosa soprattutto volessi che accadesse al mio
cuore folle.
Di questa interpretazione mi è nota solamente qualche variante, che assegna anche al primo ὄττι un valore avverbiale, intendendo conseguentemente πάσχω in senso assoluto e negativo (“mi chiedevi perché di nuovo io avessi sofferto”). E dunque il dubbio, tanto semplice quanto spiazzante, è: possiamo noi (lettori, critici, comunque interpreti) assegnare ad un medesimo termine ripetuto tre volte in appena nove parole, due significati diversi? Pur legittimi, certo, ma diversi? Questa era davvero la percezione del pubblico di Saffo? E ancora: c’è una necessità di intenderli diversamente?
Il dubbio si ispessisce allorché, ad un’analisi dell’usus scribendi della poetessa, ci si accorge che ὄττι è impiegato sempre in funzione pronominale (frr. 27,9; 51; 88,23 V.: tre casi sui tre attestati); anche in Alceo, si noti, non è mai attestato il valore avverbiale di “perché” (frr. 66,7; 73,2; 367,2 V.).
L’interpretazione avverbiale mostra forse il suo punto più debole se si pone attenzione al fatto che, alla stragrande maggior parte degli interpreti, è da sempre parso (e ancora pare) opportuno inserire un riferimento pronominale alla dea, per dare sostanza a quell’isolato κάλημμι: “chiedevi …perché/ di nuovo ti stessi chiamando”. E tuttavia, nel testo di Saffo, il pronome non c’è. Certamente, si dirà (come è stato detto) che il pronome potrebbe ricavarsi legittimamente dal contesto. È vero: eppure, in un brano di ventotto versi nel quale ricorrono ben nove volte (2, 3, 9, 13, 17, 19, 25, 26, 27) i pronomi personali “io”/ “tu”, sui quali è prepotentemente incentrato il carme, e due volte (6, 19) gli aggettivi connessi, per un totale di undici marcatori personali (quasi uno ogni due versi!), il ragionamento porterebbe a credere che, se Saffo avesse voluto indirizzare chiaramente il κάλημμι di v.16 ad Afrodite, avrebbe senz’altro trovato il modo di inserire un dodicesimo pronome personale nel testo.
La forza della triplice ripetizione, in sostanza, sembrerebbe sminuita se, pur nell’identità del significante, vi fosse differenza di significato. Si pensi, relativamente ad ὅτι, agli unici altri due casi (in poesia)[1] di triplice ripetizione, sempre con identico valore, uno precedente a Saffo, Hes. Th. 195-199 (“perché”):
τὴν δ’ Ἀφροδίτην
[ἀφρογενέα τε θεὰν καὶ ἐυστέφανον Κυθέρειαν]
κικλήσκουσι θεοί τε καὶ ἀνέρες, οὕνεκ’ ἐν ἀφρῷ
θρέφθη· ἀτὰρ Κυθέρειαν, ὅτι προσέκυρσε Κυθήροις·
Κυπρογενέα δ’, ὅτι γέντο περικλύστῳ ἐνὶ Κύπρῳ·
ἠδὲ φιλομμειδέα, ὅτι μηδέων ἐξεφαάνθη.
e uno successivo, Men. Sam. 316-318 (“che”):
εἰδότα γ’ ἀκριβῶς πάντα καὶ πεπυσμένον
ὅτι Μοσχίωνός ἐστιν, ὅτι σύνοισθα σύ,
ὅτι δι’ ἐκεῖνον αὐτὸ νῦν αὕτη τρέφει
O si pensi al nostro celeberrimo Dante (inf. 3,1-3):
Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.
La conclusione di queste osservazioni non può che portare ad una diversa lettura del brano. A me pare che i tre ὄττι debbano aver avuto, nell’intenzione della poetessa, il medesimo valore. E poiché il terzo di essi non può che essere pronominale, anche gli altri due andranno intesi in tal modo. Il brachilogico κάλημμι, dunque, avrà proprio in ὄττι il suo oggetto, nella stessa identica struttura linguistica delle altre due pericopi; il valore di κάλημμι, a questo punto, più che “chiamare”, tanto meno “qualcuno”, dovrà essere quello di “chiedere” (LSJ, s.v. 5), o al massimo “invocare”, ma “qualcosa” di indefinito, non la dea, in questo frangente. Né si dovrà pensare che, in tal modo, si snaturi il valore cultuale dell’inno (appunto) cletico che il carme 1 costituisce. Saffo ci ha ben abituato a variazioni profondamente semantiche di moduli tradizionali, omerici, cultuali: qui, proprio in un inno cletico, la poetessa avrà inteso impiegare il verbo κάλημμι in un’accezione più radicale, quasi un appello senza vie d’uscita, a sottolineare la devastazione d’amore conclusa dall’icastico μ]αινόλαι [θύμωι. Proprio καλέω, del resto, non è mai impiegato per un’invocazione a divinità nel nostro maggior corpo innodico conservato, gli Inni omerici (19 occorrenze).
La grammatica, pertanto, l’architettura retorica, l’usus linguistico dei poeti di Lesbo, ma anche – probabilmente – una maggiore pregnanza che il testo in tal modo acquista, inducono a interpretare e (ri)leggere così questa celebre scena dell’altrettanto celeberrima ode di Saffo:
chiedevi che cosa di nuovo io avessi patito e che cosa
di nuovo stessi chiedendo
e che cosa soprattutto volessi che accadesse al mio
cuore folle.
La bibliografia su Saffo – è chiaro – è immensa, come innumerevoli sono le traduzioni, in tutte le lingue del mondo (fino al cinese!) [2], ed è possibile, forse probabile, che altri interpreti si siano posti il problema che qui ho cercato di evidenziare. Nell’attesa, dunque, di attribuire la paternità di quella che potremmo chiamare ‘opzione pronominale unica’ per gli ὄττι dei vv.15-18 a qualche volgarizzatore, traduttore o studioso a me ignoto, mi sembrerebbe opportuno, o almeno produttivo, che i nostri maggiori testi di riferimento (compresi quelli liceali) si ponessero, e ponessero ai propri lettori, questo dubbio saffico.
[1] Gli esempi in prosa sono numerosissimi: cfr., e.g. Herodt. 3,89; 9,72; Thuc. 6,68,3; Xen. Hell. 6,3,15, et all.[2] Ne ho consultate diverse decine, italiane e straniere (da Wilamowitz a Rüdiger, da Treu a Reinach, da Gerber a Page, da Mora a Lasserre, da Fraccaroli a Romagnoli, da Perrotta-Gentili a Degani-Burzacchini, De Martino-Vox, Privitera, Ferrari, Aloni, Cavallini, Tedeschi), fino all’ultima italiana, quella di Camillo Neri (autore dell’ultima e monumentale edizione della poetessa: De Gruyter 2021), che pur rendendo il testo nella sezione Traduzione, “mi chiedesti quanto soffrissi ancora e in-/vocassi ancora, e/ quanto mai volessi che mi accadesse/ nel cuor folle”, spiega, nella sezione Commento: “che cosa di nuovo ho patito, perché di nuovo supplico, che cosa nel cuore impazzito voglio che più m’avvenga”; quella di Neri, dunque, appare più una scelta poetica che consapevolmente intesa a valorizzare l’identità semantica). dell’anafora di ὄττι (su cui, d’altronde, si tace).



