Nell’ultimo periodo mi sono trovata, per un approfondimento sui miti del mare nei Dialoghi con Leucò, che ho proposto in una recente lezione nella Summer School di “Antico e Moderno”, a rileggere Pavese, e, come mio solito, mi sono soffermata ad approfondire il suo rapporto con gli Antichi e le sue forme di ricezione.
Tra le pagine del suo diario, Il Mestiere di vivere, mi è così capitato di leggere una annotazione che mi ha particolarmente colpito, come un’improvvisa ventata di aria fresca nelle calde ore di questo anticipo d’estate. Ho pensato di condividere la provocazione che le parole di Pavese rivolgono alla cultura umanistica con i colleghi e amici di “Antico e Moderno”, con i quali spesso ci confrontiamo sulla esigenza di rinnovare il Liceo Classico e in genere l’approccio all’Antico a cui siamo avvezzi.
Scrive dunque Pavese:
18 febbraio 1950. La cultura deve cominciare dal contemporaneo e documentario, dal reale, per salire — se è il caso — ai classici. Errore umanistico: cominciare dai classici. Ciò abitua all’irreale, alla retorica, e in definitiva al disprezzo cinico della cultura classica — tanto non ci è costata niente e non ne abbiamo visto il valore (la contemporaneità al loro tempo).
Soprattutto mi risuonano le ultime battute del testo, in merito alle conseguenze negative a cui a mio parere siamo già approdati da decenni: l’irreale, la retorica, il disprezzo cinico. Tre malanni che ogni anno di più mi trovo a constatare nella mia esperienza di docente e studiosa-studente di Lingue e culture classiche: irreale perché sembra a volte anche a noi stessi, agli apparati istituzionali, alle famiglie e ai giovani un sapere svuotato, autoreferenziale, fuori dal tempo; retorica perché divenuto una specie di metalinguaggio, un parlarsi addosso e talvolta una forma di autocompiacimento; disprezzo cinico, perché non vale la pena investire su qualcosa che è andato, finito, poco capitalizzabile (non ci è costata nulla), perché anche noi siamo ormai rassegnati all’inevitabile (ci ripetiamo: “gli studenti non traducono, non si esercitano, non studiano, sono sciatti e distratti”).
Pavese però, piuttosto che accusare il mondo esterno, la modernità, le nuove istanze socio-economiche, la crisi del ruolo dell’intellettuale e della letteratura in particolare, che già negli anni Cinquanta si andavano delineando (a cui oggi aggiungeremo tecnologia, consumismo, nuove urgenze politiche, ambientali, umanitarie ecc.), critica quello che definisce l’errore umanistico, ovvero dimenticare il contemporaneo, il reale, l’attualità e cominciare dai classici. Il valore di questi dipende per lui, infatti, dalla forza di impatto che essi hanno avuto nella loro contemporaneità, dalla capacità che hanno dimostrato di entrare in contatto con essa, di esprimere le sue istanze, i suoi bisogni, le sue angosce.
La cultura umanistica di oggi, invece, quella dei licei (classici), delle facoltà di Lettere dell’Università, della saggistica e della divulgazione è chiusa in se stessa, nelle teche, nei musei, nei Convegni per esperti. Non scende in piazza, non prende posizione, non si confronta davvero con il mondo che la circonda. E infatti perde di attrazione, di centralità e, in fin dei conti, di senso agli occhi dei giovani e della società civile. Inutile ricordare il depopolamento dei licei classici e la chiusura delle facoltà di Lettere Classiche in Italia e in Europa, gli attacchi continui al sapere umanistico in quanto “inutile”, non “funzionale”. Lo sappiamo bene, ne parliamo in ogni nostro convegno, in queste stesse pagine web del portale di Antico e Moderno e in tante altre occasioni, cercando insieme soluzioni, idee, metodi innovativi. Perché “noi” lo sappiamo che invece la cultura umanistica è irrinunciabile e appassionante, che apre un terzo occhio per la lettura della realtà, che ci insegna l’analisi, la critica, i sentimenti, il pensiero.
Dice Pavese: dobbiamo smetterla di cominciare dai classici, dobbiamo cominciare dal presente e poi, nel caso, (ri)salire ai classici. Ovvero: impostare lo studio umanistico “al contrario”. Andare all’indietro. Leggo Pavese e vado a ricercarne le fila del percorso intellettuale e culturale, i modelli, gli archetipi mitici o anche opere e autori che lo hanno formato e influenzato.
Ma che cosa può significare, nel concreto impianto dei nostri studi, tutto questo?
Pensiamo prima di tutto alla scuola. E facciamo un esempio. Nel mondo in questo momento ci sono guerre ovunque, molte divulgate e sponsorizzate, moltissime dimenticate. A scuola non ne parliamo, se non per vaghi accenni e con l’ansia di non poter “perdere tempo” visto che dobbiamo finire il programma. Diciamoci la verità: è ancora così. E se invece ne parlassimo? Se mettessimo al centro di un certo periodo dell’anno questo tema, facendo indagini sui giornali, ricercando notizie e dossier, utilizzando, una buona volta in modo corretto e guidato, gli strumenti multimediali, chiedendoci perché la guerra, perché alcune guerre possono passare in sordina e altre no, e approfondire l’argomento con la collaborazione di tutte le discipline, con letture di antichi e moderni, analisi di testi, specifica e comparata, visione di film e spettacoli, studio delle lingue e delle parole… Certo, sarebbe una rivoluzione: di curricoli, contenuti, tempi e metodi. Significherebbe lavorare per temi e problemi, con un procedimento aperto, dialogico e comparativo, a partire dal dibattito, dalle riflessioni stesse di studenti e docenti, per arrivare poi a individuare una rete di letture diverse, intersecando le discipline, ricercando nei classici antichi i nuclei originari di molte delle problematiche e urgenze della modernità. Significherebbe lavorare sui testi direttamente e sul lessico: certo la grammatica e l’esercizio di traduzione sarebbero comunque necessari, primari (lo sapeva bene Pavese che per decenni, per tutta la vita possiamo dire, ha continuato a studiare e a esercitarsi con la traduzione del greco) ma, a parte una necessaria preparazione di morfosintassi di base, molti argomenti linguistici potrebbero essere introdotti in modo graduale e costante, distribuiti più agilmente per i diversi anni (livelli) di studio, secondo una progettazione funzionale e mirata, focalizzata sulle opere e sugli autori. Significherebbe rimetterci in discussione, ricominciare… dal contemporaneo, dal documentario, dal reale.
Sto sognando? Può darsi, ma credo che ci voglia un sogno, una visione nuova, una ventata di aria fresca, appunto.



