La democrazia ateniese dell’età di Pericle nei documenti ufficiali
Il sistema assembleare ateniese del V sec. a.C., varato con le riforme di Clistene e poi sviluppato da Pericle, è tradizionalmente considerato, sia nell’immaginario collettivo sia nella nostra vulgata scolastica (e non solo), pur con tutti i ben noti ed enormi limiti del tempo, il primo esempio di democrazia diretta di una comunità cittadina. E giustamente. Le pagine dei contemporanei (storici o commediografi) ci raccontano l’entusiasmo e il fervore delle accese ekklesíai ateniesi, quando all’ordine del giorno erano fissati argomenti decisivi per la polis: soprattutto, ovviamente, la pace o la guerra.
Ma il “popolo degli Ateniesi”, come usava autodefinirsi, era chiamato a discutere sempre di questioni così rilevanti di ‘politica estera’? Non proprio. I grandi autori del tempo, in realtà, hanno ‘selezionato’ le assemblee, e gli argomenti, più importanti e decisivi per la storia stessa della polis. Spesso, spessissimo, le assemblee erano dedicate a ben altri temi.*
Lo rivelano i documenti ufficiali che le segreterie ateniesi (il pritaneo) destinarono ad essere incisi su epigrafi pubbliche, esposte in santuari o in luoghi ben frequentati, e che ci forniscono un quadro assolutamente diverso dell’attività ‘democratica’ del popolo attico del secolo di Pericle.
Leggere queste testimonianze, dirette e senza filtro letterario, è un’avventura straordinaria: oggi, tra l’altro, resa ancor più percorribile dalla reperibilità online dei documenti, su diversi e gratuiti database (uno per tutti: http://telota.bbaw.de/ig).
Scorrendo le centinaia di decreti ateniesi rinvenuti dagli archeologi tra l’acropoli e la pnice emergono, è vero, in tutta la loro avvincente immediatezza, i decreti scaturiti dalle ekklesiai più famose per gli eventi più rilevanti che coinvolsero la polis: il decreto contro Egina del 547 a.C. (IG I,38); tutta una serie di trattati di alleanza con città strategicamente importanti in vista dello scontro con Sparta, stipulati tra gli anni cinquanta e quaranta: con Eritre (I,14), con Mileto (I,21), con Ermione (I,31), con Eretria e Calcide d’Eubea (I,39 e 40); tra questi, anche i trattati con Segesta e altre città siciliane (I,11, 12 e 54), che saranno forieri di disgrazie di lì a poco; interessantissimi sono i decreti immediatamente successivi allo scoppio della guerra, tutti del 430 a.C.: l’interdizione del santuario di Eleusi agli stranieri (I,58), la costruzione urgente (hος τάχιστα) e l’equipaggiamento di trenta triremi; l’invio altrettanto urgente di funzionari ateniesi per riscuotere tributi dai soci della lega delio-attica (I,61 e 62-3); proprio i documenti epigrafici rivelano che la questione dei tributi degli ‘alleati’ inizia a divenire problematica alla metà degli anni venti: in un decreto di Cleonimo del 426 si prescrive che i contributi della lega debbano essere raccolti da ateniesi e conservati ad Atene (I,68); in un altro, dell’anno successivo, si decide che solo funzionari ateniesi debbano recarsi dai morosi per costringerli a pagare. Che il ruolo politico ateniese stia iniziando ad esser messo in discussione appare chiaro, sempre in quegli anni, sia dalla cospicua serie di decreti su nuove alleanze (con i Tespiesi, con gli Aliei, con i Bottiei), sia da un drammatico decreto di razionamento dei raccolti (I,78), del 422: proprio l’anno precedente alla pace di Nicia. Atene cerca ancora nuovi alleati: Argo, Mantinea ed Elea (I,83) nel 420; il re macedone Perdicca III nel 417. Ma, tra i testi più interessanti e ricchi di suggestioni giunti fino a noi, c’è sicuramente il decreto – purtroppo lacunoso – con cui l’ekklesia decide, nel 414, la spedizione in Sicilia, su proposta di Alcibiade (I,93), e l’armamento di (“appena”, dirà Tucidide) sessanta triremi. Significativo, infine, pochi mesi prima della catastrofe di Egospotami, un altro trattato di alleanza (I,123), addirittura con Cartagine: forse l’estremo tentativo di trovare un sostegno che potesse risollevare le sorti del conflitto.
Le epigrafi, in questo modo, ci restituiscono il punto di vista ufficiale e ‘politico’ degli eventi narrati più diffusamente, ma anche più artisticamente, dagli storici. E studiare (e spiegare) la storia greca di quegli anni anche (forse soprattutto) attraverso queste fonti potrebbe – a mio avviso – aggiungere stimoli e interesse.
Al di là di questi più famosi, ma meno numerosi, documenti che attestano un’attività – che noi chiameremmo propriamente – politica, però, il dibattito delle ekklesíai ateniesi sembra vertere su temi molto diversi. Queste ben più numerose testimonianze sono altrettanto, se non di più, meritevoli di attenzione e ricchi di spunti di riflessione: che cosa decideva, nella maggior parte dei casi, l’ekklesia ateniese?
Vi sono, in numero rilevante, documenti che riguardano regole e procedimenti da seguire per cerimonie sacre, con indicazioni assai precise di quanti calici o suppellettili impiegare, quanti pani o focacce distribuire, ed altri particolari che ci raccontano la scrupolosità religiosa nella percezione antica: una scrupolosità da fissare addirittura sul marmo per decreto pubblico. Il demos, tuttavia, si occupa dei culti e dei riti religiosi anche per un altro motivo: in ogni decreto si stabilisce che l’assemblea o la bulè devono indicare, anno per anno, cittadini responsabili dell’evento religioso. Tre, cinque, dieci, venti, a volte trenta ateniesi, per ciascun rito, sono protagonisti dell’organizzazione, della riscossione del finanziamento, e della realizzazione dell’evento religioso. A loro va il ringraziamento ufficiale della comunità: è in questo modo che, a fronte della mancanza di una ‘casta’ religiosa (tranne quella oracolare, non a caso oggetto spesso di critiche), la polis democratica si ‘appropria’ delle funzioni sacre e ne fa terreno di responsabilità comunitaria, e di pubblica timè. La medesima funzione hanno i decreti di regolamentazione delle faccende non sacre (meno numerosi), come la sovrintendenza alle fontane, la sorveglianza di edifici pubblici, e altri compiti in cui debbano essere coinvolte decine e decine di cittadini.
Rilevanti sono, ancora, le vere e proprie ‘liste’ di ragazzi, giovani, adulti inquadrati nelle classi d’età tipiche del mondo greco, che l’assemblea valutava, selezionava e riteneva idonei di fronte alla polis. È, questo, un altro tassello interessante per comprendere il senso del ‘pubblico’ e del comunitario in Grecia antica, dove gli ‘esami’ per entrare a far parte dei gruppi canonizzati …non finivano mai, o quasi mai. Parallele a queste liste di selezionati abbondano le liste di caduti nelle diverse campagne militari di quegli anni: altro aspetto, per il defunto e per la sua famiglia, della timè concessa dalla comunità cittadina.
La stragrande maggioranza delle decisioni prese dall’assemblea, tuttavia, e dunque la maggior parte del tempo del suo dibattere quotidiano o quasi, riguarda benefici concessi a questo o quel cittadino (vivente), che si sia distinto per meriti di diverso tipo nei confronti della polis, e che riceve la lode (epainein, timan) della comunità: una simbolica ma prestigiosa corona, l’incisione del proprio nome sul marmo, o, forse più gradita dall’interessato, l’esenzione da alcuni tributi. Decine e decine sono i decreti di questo tipo, e a questi vanno accostati anche i numerosissimi decreti di proxenia, ovvero di concessione di alcuni benefici a stranieri di varie città alleate. Ancora una volta, politai o loro amici legati da vincoli di ospitalità, sono i protagonisti di un dibattito assembleare che premia, in ultima analisi, la timè di un singolo.
Se si guarda al sistema assembleare ateniese, che fu chiamato da Pericle demokratia, dal punto di vista dei contenuti ufficiali, reali, e quantitativamente rilevanti, dunque, emerge, accanto alle testimonianze degli eventi più famosi, un orizzonte di vita comunitaria legata profondamente alla cultura dell’onore e della reputazione. Non sembrano poi passati così tanti secoli, in quest’ottica, tra gli eroi omerici preoccupati della loro timè e i cittadini ateniesi che, proprio nel raggiungimento della stima pubblica nella propria comunità, videro forse la funzione di maggiore interesse del sistema partecipativo e democratico. A decidere della buona reputazione di un cittadino, però, non erano più i capi dei contingenti greci inviati a Troia, ma (la maggioranza de)i cittadini stessi. Chissà se anche un Tersite (“uno del demos”) avrebbe potuto avere la sua timè…
Emanuele Lelli
Liceo Tasso, Roma
*Questa ricerca trae origine dalla domanda di una mia allieva del liceo Tasso di Roma. Durante la trattazione del funzionamento della democrazia ateniese, chiese ex abrupto: “sì, ma di che cosa si discuteva in queste assemblee?”. In effetti, consultando numerosi testi di geostoria, non ho trovato risposte documentate. Penso invece che questo semplice interrogativo sia fondamentale per comprendere la natura della comunità ‘democratica’ attica, nei suoi aspetti culturali e antropologici.



