STUDI

Dei e gli Eroi del mito antico per il Terzo Millennio secondo Calvino

di Annamaria Magi

4 Novembre 2023

All’ultimo scritto teorico incompiuto, che raccoglie le sei lezioni destinate all’anno accademico 1985-86 dell’Università di Harvard, Calvino antepone una breve Prefazione, in cui sostiene che la sua fiducia nella sopravvivenza della letteratura nell’era tecnologica post-industriale
consiste nel sapere che ci sono cose che solo la letteratura può dare coi suoi mezzi specifici (Lezioni americane. Leggerezza, Mondadori, Milano 2003, p. 3).
Come è noto, egli individua delle categorie letterarie, valori o qualità o specificità della letteratura che, dice, gli stanno particolarmente a cuore. Per spiegarle e argomentarne gli aspetti e le caratteristiche, ricorre ad autori e a opere che ritiene esemplari. Ma per descriverle e rappresentarne l’essenza ricorre al mito, a eroi e dei greci e latini. E per ottenere il suo scopo, egli re-interpreta il mito ri-funzionalizzandone il senso, ovviamente al di fuori delle categorie storiche e antropologiche legate alla civiltà antica in cui è nato, perché, come afferma in un suo saggio contenuto in Collezione di sabbia del 1984,
C’è sempre un momento in cui un mito che funziona veramente esplica la sua forza conoscitiva (La luce negli occhi, in Saggi 1945-1985, a cura di M. Barenghi, Meridiani Mondadori, Milano 1995, p. 531).
L’interesse di Calvino per il mito, che definisce discorso per immagini (Visibilità. Lezioni americane, Op. cit., p. 100), probabilmente influenzato in origine dalla lettura di Pavese (di cui Calvino aveva commentato, proprio a ridosso della pubblicazione, i Dialoghi con Leucò, come ben dimostra E. CAVALLINI, Pavese tra gli dèi: Calvino primo commentatore dei Dialoghi con Leucò, Edizioni di Pagina, Bari 2013), è legato appunto alla sua funzione gnoseologica, simbolica e allegorica, senza le implicazioni filosofico-esistenziali e psicanalitiche (presenti in Pavese) e senza le connotazioni storicistiche o filologiche. La funzione mitica ha a che fare con il linguaggio, il numero, la matematica e le scienze, cioè con il bisogno umano di creare sistemi e strutture coerenti rispetto al caos insostenibile del reale [1].
Perseo vs Medusa ovvero: software vs hardware. Nelle prime pagine della Leggerezza, Calvino racconta il disagio ad un certo punto da lui provato, come scrittore, nell’accorgersi dello scarto tra la pesantezza, inerzia e opacità del mondo e l’agilità scattante e tagliente, che voleva animasse la sua scrittura.
In certi momenti mi sembrava che il mondo stesse diventando tutto di pietra: una lenta pietrificazione più o meno avanzata a seconda delle persone e dei luoghi, ma che non risparmiava nessun aspetto della vita. Era come se nessuno potesse sfuggire allo sguardo inesorabile della Medusa. L’unico eroe capace di tagliare la testa della Medusa è Perseo, che vola coi sandali alati, Perseo che non rivolge il suo sguardo sul volto della Gorgone ma solo sulla sua immagine riflessa nello scudo di bronzo. Ecco che Perseo mi viene in soccorso anche in questo momento, mentre mi sentivo già catturare dalla morsa di pietra, come mi succede ogni volta che tento una rievocazione storico- autobiografica. Meglio lasciare che il mio discorso si componga con le immagini della mitologia (Lezioni americane. Leggerezza, Op. cit., p. 8).
Continua quindi specificando che Perseo non si limita a tagliare la testa alla Gorgone: cavalca Pegaso, il cavallo alato nato dal sangue di Medusa, e porta sempre con sé la testa mozzata del mostro, come proprio fardello. Non rifiuta la realtà di mostri in cui gli è toccato vivere, ne rifiuta la visione diretta. Diverse le versioni del mito che lo scrittore mostra di conoscere, ma secondo lui il gesto che meglio raffigura la leggerezza di cui Perseo è l’eroe, è descritto da Ovidio nel passo delle Metamorfosi (IV, 740 e ss.), quando Perseo adagia la testa a faccia in giù su uno strato di foglie e ramoscelli acquatici, i quali, a contatto con Medusa, si trasformano in coralli: le Ninfe si avvicinano alla testa di Medusa portando ramoscelli ed alghe per adornarsi con i coralli che ne derivano. Calvino si rifiuta di “spiegare” il mito, infatti la sua forza, dice, sta nella letteralità. Però afferma:
Nei momenti in cui il regno dell’umano mi sembra condannato alla pesantezza, penso che dovrei volare come Perseo in un altro spazio. Non sto parlando di fughe nel sogno o nell’irrazionale. Voglio dire che devo cambiare il mio approccio, devo guardare il mondo con un’altra ottica, un’altra logica, altri metodi di conoscenza e di verifica. Le immagini di leggerezza che io cerco non devono lasciarsi dissolvere come sogni dalla realtà del presente e del futuro… .
La letteratura prende e porta con sé il peso della realtà, ma non fa vivere questa così com’è, né la evita; la custodisce, la cura persino e la raffina, la alleggerisce e infine la restituisce al mondo. Essa ha bisogno di intraprendere sempre altre vie, nuovissime o antichissime, e sperimenta continuamente stili e forme che possono cambiare la nostra immagine del mondo: così, al discorso sul mito, si accostano immediatamente le nuove frontiere della scienza contemporanea in un modo che ha molto a che fare con la vicenda di Perseo e Medusa e la loro antinomia/complementarietà. Infatti:
Oggi ogni ramo della scienza sembra ci voglia dimostrare che il mondo si regge su entità sottilissime: come i messaggi del Dna, gli impulsi dei neuroni, i quarks, i neutrini vaganti nello spazio dall’inizio dei tempi… Poi, l’informatica. È vero che il software non potrebbe esercitare i poteri della sua leggerezza se non mediante la pesantezza del hardware; ma è il software che comanda, che agisce sul mondo esterno e sulle macchine, le quali esistono solo in funzione del software .
L’antichissimo si incontra dunque con il nuovissimo: il passato e il contemporaneo si corrispondono nel senso ultimo, pur cambiando la forma. Perseo il software contro Medusa l’hardware.
Mercurio rapidità vs Vulcano staticità Un’altra doppia antinomia/complementarietà, molto efficace ai fini della teorizzazione letteraria di Calvino, risulta quella tra Mercurio e Saturno e Mercurio e Vulcano, di cui l’autore parla nelle ultime pagine della seconda lezione americana, dedicata alla rapidità. Questa volta, dice, il ricorso al mito gli serve per unificare i tanti temi trattati nella conferenza che possono rischiare la dispersione: nella figura del suo dio prediletto (al quale dice di tributare un culto speciale), Hermes-Mercurio, Calvino ritrova aspetti che esplicitano al meglio leggerezza e rapidità. Hermes-Mercurio è dio della comunicazione e delle mediazioni,
sotto il nome di Toth inventore della scrittura […] che, a quanto ci dice C.G. Jung nei suoi studi sulla simbologia alchimistica, come “spirito Mercurio”, rappresenta anche il principium individuationis. Mercurio, con le ali ai piedi, leggero e aereo, abile e agile e adattabile e disinvolto, stabilisce le relazioni degli dèi tra loro e quelle tra gli dèi e gli uomini, tra le leggi universali e i casi individuali, tra le forze della natura e le forme della cultura, tra tutti gli oggetti del mondo e tra tutti i soggetti pensanti. Quale migliore patrono potrei scegliere per la mia proposta di letteratura?

Oltre a Jung, il punto di riferimento per parlare del mito antico è un testo dello psicologo junghiano ginevrino André Virel, Histoire de notre image del 1965: si tratta di un chiaro esempio di quella che possiamo definire “ricezione di secondo grado” dell’antico. Virel, infatti, sostiene che nel pensiero mitico sia confluito il sistema simbolico e astratto a cui l’umanità sarebbe progressivamente giunta, attraverso la capacità di controllare la reattività all’ambiente.
Il pensiero mitico è la forma esclusiva di pensiero fino alla comparsa del senso del tempo e della storia. Questa forma, presente nella simbologia delle strutture profonde del nostro io, muovendo da un sistema «d’immagini comuni a tutti i membri della collettività» confluisce nell’immaginario collettivo dei miti, delle astrologie, delle teologie… (www.adrianopiacentini.it/Virel_Andre_Histoire_de_notre_image.html)
Calvino sostiene di averlo consultato studiando i tarocchi e, in effetti, il saggio di Virel si sofferma a lungo sulla simbologia delle antiche carte magiche e sull’ambivalenza che le lega le une alle altre secondo relazioni arcane. Ebbene, lavorando ai materiali per Il castello dei destini incrociati, Calvino deve essersi imbattuto in questo saggio in cui ha rintracciato anche le connotazioni attribuite dallo psicologo a Mercurio, Saturno e Vulcano, secondo i suoi metodi interpretativi.
Mercurio non solamente sarebbe incaricato degli scambi tra gli dei e gli uomini, ma costituirebbe il modello stesso dell’abilità e del perfetto adattamento; grazie alla sua disinvoltura, rappresenterebbe la simbologia della relazione tra gli esseri e, in modo particolare, degli scambi sociali. Saturno, opposto e complementare a Mercurio, il dio Chronos dei Greci, avrebbe invece un temperamento malinconico, contemplativo e solitario. Calvino si riconosce in realtà simile a Saturno:
Dall’antichità si ritiene che il temperamento saturnino sia proprio degli artisti, dei poeti, dei cogitatori, e mi pare che questa caratterizzazione risponda al vero. Certo la letteratura non sarebbe mai esistita se una parte degli esseri umani non fosse stata incline a una forte introversione, a una scontentezza per il mondo com’è, a un dimenticarsi delle ore e dei giorni fissando lo sguardo sull’immobilità delle parole mute.

Tuttavia, Saturno non gli è stato mai troppo simpatico, non ha esercitato su di lui il rispetto reverenziale di una divinità da venerare. Mercurio invece sì, è l’aspirazione, un voler essere di un saturnino. Un altro dio, con connotazioni simili a Saturno, e secondo Virel opposto e complementare anche lui a Mercurio, è invece sempre stato caro allo scrittore italiano: Vulcano-Efesto,
dio che non spazia nei cieli ma si rintana nel fondo dei crateri, chiuso nella sua fucina dove fabbrica instancabilmente oggetti rifiniti in ogni particolare, gioielli e ornamenti per le dee e gli dèi, armi, scudi, reti, trappole. Vulcano che contrappone al volo aereo di Mercurio l’andatura discontinua del suo passo claudicante e il battere cadenzato del suo martello .

Virel sostiene che Vulcano rappresenta la focalità, ossia la «concentrazione costruttiva», e Mercurio la sintonia, ossia la «partecipazione» al mondo fuori. Mercurio, discendente da Urano per parte di Maia sua madre, risentirebbe della concezione del tempo «ciclofrenico», della continuità indifferenziata, mentre Vulcano, discendente da parte di padre e di madre (Giunone-Era) da Saturno-Chronos, risponderebbe a una concezione del tempo «schizofrenico», dell’isolamento egocentrico. La coesistenza di Mercurio e Vulcano sotto il regno e il segno di Giove, dio dell’equilibrio civilizzatore e della coscienza individualizzata e socializzata, avrebbe dato vita a un sistema di pensiero simbolico di armonia tra sintonia e focalità. Calvino, dalla riflessione su tali relazioni mitiche, rielaborata e rivista da Virel, intuisce qualcosa su se stesso, su come scrive e su come potrebbe scrivere:
Il lavoro dello scrittore deve tener conto di tempi diversi: il tempo di Mercurio e il tempo di Vulcano, un messaggio d’immediatezza ottenuto a forza d’aggiustamenti pazienti e meticolosi; un’intuizione istantanea che appena formulata assume la definitività di ciò che non poteva essere altrimenti; ma anche il tempo che scorre senza altro intento che lasciare che i sentimenti e i pensieri si sedimentino, maturino, si distacchino da ogni impazienza e da ogni contingenza effimera .
Il mito, di nuovo, rifunzionalizzato ai fini delle esigenze peculiari dell’autore, fornisce a Calvino immediata figurazione di senso e visualizza la sua riflessione teorica metaletteraria.
Ritengo notevole osservare come da entrambe le coppie mitiche antinomiche, riportate da Calvino, derivi una duplice implicazione: da un lato, il mito permette di tenere insieme i due poli opposti, dall’altro, la parola-chiave o categoria letteraria affermata, il polo positivo, non può fare a meno del polo negativo, ovvero della categoria negata e solo apparentemente rifiutata.
La leggerezza ricomprende la pesantezza, così come la rapidità contiene in sé la lentezza.
Rileggendo le conferenze destinate ad Harvard, l’autore appare, infatti, -nelle parti espositive e argomentative- assertivo sulla scelta e dunque sulla linea che consiglia di seguire agli scrittori del futuro, supportando il discorso con una grande varietà di indicazioni letterarie di riferimento; ma solo quando focalizza l’attenzione sul mito, come dicevamo prima, per dare l’idea figurata e la descrizione di ciò che intende, può davvero dare forma alla complessità, doppia o molteplice, che il ragionamento, il λόγος razionale, non potrebbe rivelare, se non segmentandola e analizzandola nelle singole parti.

[1] Sull’argomento Calvino torna più volte in modo molto chiaro: I. CALVINO, Cibernetica e fantasmi, in Saggi, Op. cit., pp. 205-225; I. CALVINO, Due interviste su Scienza e letteratura, ivi, pp. 229-237 e, come già rilevato, nelle Lezioni americane. Si vedano in proposito gli studi di C. BENUSSI, Il mito classico nel riuso novecentesco: Marinetti, Savinio, Bontempelli, Gadda, Calvino, citato qui dall’estratto fornito alla scrivente direttamente dalla studiosa stessa (PDF pp. 1-25); I.CROTTI, Italo Calvino. il mito come paradigma interpretativo, in P. Gibellini (a cura di), Il mito nella letteratura italiana, Morcelliana, Brescia 2007, pp. 443-458; P. ANTONELLO, Cibernetica e fantasmi. Italo Calvino fra mito e numero, in: Il menage a quattro, Le Monnier, Firenze 2005 pp. 169-242 e, soprattutto, G. CIMADOR, La scienza del possibile: Italo Calvino e il superamento delle «due culture», in “Italianistica: Rivista di letteratura italiana”, Vol. 44, n. 3, 2015, pp. 155-178

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