STUDI

Oltre la “tradizione”: ricezione e riscritture dell’Antico a Scuola. Introduzione ad una possibile impostazione didattica

di Annamaria Magi

13 Agosto 2023

In uno degli aforismi dell’articolo Italiani, vi esorto a leggere i Classici! (L’Espresso 28 giugno 1981), Italo Calvino sostiene:
«I classici sono quei libri che ci arrivano portando su di sé la traccia delle letture che hanno preceduto la nostra e dietro di sé la traccia che hanno lasciato nella cultura o nelle culture che hanno attraversato (o più semplicemente nel linguaggio o nel costume). Questo vale per i classici antichi quanto per i classici moderni. Se leggo l’Odissea leggo il testo d’Omero ma non posso dimenticare tutto quello che le avventure d’Ulisse sono venute a significare durante i secoli, e non posso non domandarmi se questi significati erano impliciti nel testo o se sono incrostazioni o deformazioni o dilatazioni».

Tanto più questo principio è valido per far dialogare le nuove generazioni con un’Antichità che non è ferma, lontana, inattingibile, ma vitale e in movimento in senso diacronico, ma anche sincronico.
Studiare le riscritture, le riprese, le reinterpretazioni dei Classici a scuola produce dunque una sorta di plusvalore per diverse motivazioni che andremo tra poco a delineare. Ma prima qualche chiarimento teorico-metodologico.
Ormai da decenni, in effetti, a livello accademico internazionale, all’interno degli studi di Teoria della Letteratura e di Letterature Comparate (sui quali mi sono formata alla scuola di Massimo Fusillo), si è andato affermando lo studio specifico della ricezione dell’Antico, che ha individuato metodi, strumenti e obiettivi di lavoro propri per analizzare opere letterarie, artistiche, cinematografiche e musicali che nei secoli hanno dialogato con l’Antico, rileggendolo e riscrivendolo incessantemente, nella convinzione e constatazione che non esista opera di creatività artistica che non faccia i conti in maniera implicita o esplicita con il mondo greco-romano antico. In primo luogo, gli studiosi distinguono come concetti diversi – e anche contrastanti – la TRADIZIONE dalla RICEZIONE (sarebbero molti i rimandi bibliografici, a partire dalla Scuola di Costanza del 1967, cito qui soltanto l’articolo di Maria Jennifer Falconeum, Tradizione o ricezione? La presenza dei classici nella coscienza storica, Il Manifesto – online 16 luglio 2023, che recensisce la Pubblicazione degli Atti del Convegno Vivendo vincere saecula, Università di Trieste 2020). La tradizione, intesa come ‘convenzione’, rimanda a qualcosa di statico, a un patrimonio culturale che deve essere studiato e riproposto il più possibile nella sua integrità, una sorta di punto di riferimento da conservare, imitare, emulare tutt’al più. La ricezione invece vuol dire incontro e alterazione reciproca, interazione e ibridazione dei modelli, anche trasgressione e deformazione, se necessario, se funzionale a dare ad essi vita e consistenza nel tempo, e dunque oltre il tempo. La tradizione guarda al passato, la ricezione al presente e al futuro. La tradizione è rivolta all’opera, la ricezione al pubblico che la legge e la ri-crea (cfr. Luigi Spina, Il futuro della ricezione dell’Antico, in “Status quaestionis” Rivista di studi letterari, linguistici e interdisciplinari, 8, 2015). La studiosa Marguerite Johnson dell’Università di New Castle, che si occupa di diffusione dei miti classici in Australia, nel saggio Classical reception studies: some pedagogical approaches, in CLASSICUM, Vol. XXXIX.2, 2013, al fine di indirizzare anche una Didattica della ricezione dell’Antico, ne sintetizza i nodi salienti della storia della critica, evidenziando che fin dagli anni Sessanta del Novecento gli esperti hanno individuato alcuni significativi modi operativi e alcune costanti entro cui si muove la ricezione: la riscrittura artistica, la traduzione libera ed espressiva, l’ibridazione intertestuale, l’appropriazione/deformazione politica, sociale, religiosa, culturale ecc. La ricezione contiene, del resto, nel suo stesso statuto epistemologico il concetto di intertestualità, secondo il felice termine introdotto dalla filosofa Julia Kristeva alla fine degli anni Settanta (per approfondire: Andrea Bernardelli, Che cosa è l’intertestualità, Carocci 2013), secondo cui un testo letterario, e in genere ogni opera artistica, nasce da un’intenzione d’autore, che si intreccia e si misura con altri testi e altre opere, non è un oggetto isolato, ma il frutto di una continua interazione/integrazione, non una affermazione di sé ma un continuo dialogo con individui altri da sé. Nell’ottica comparatistica, la ricezione supera la retorica del classicismo, in quanto «chiede una relazione non gerarchica fra le opere e le loro riscritture, e un intreccio di voci differenti, tutte parimenti legittime, luogo di incontro con un’alterità che partecipa alla definizione della propria identità» (Angela Albanese, A modo loro. Riscritture, transcodificazioni, dialoghi con i classici, UnipaPress 2020). In direzione semiotica, invece, la ricezione supera la distinzione strutturale delle forme, in quanto comprende anche i concetti di ricodificazione di un testo in linguaggi diversi, per intendere riadattamenti per così dire “neutri”, e di transcodificazione, per intendere un’acquisizione di senso nuovo dovuta proprio ai diversi codici espressivi.
L’ingente fermento degli studi costituisce già di per sé un buon motivo per confrontarci anche a scuola con le tematiche della ricezione, ma ritengo, sulla base di una esperienza ultraventennale di insegnamento in classe e decennale nel laboratorio di teatro classico, che le ragioni vadano cercate più a fondo. La più importante, secondo me, è la constatazione – derivante da un’inferenza diretta – che lo studio delle varie forme della ricezione dell’Antico non ci parla solo dei moderni che la praticano, ma – inaspettatamente – apre dei varchi di comprensione e illumina aspetti degli Antichi stessi, come se il percorso di reinvenzione del mondo classico, che si fa in un’epoca posteriore, fosse una sorta di Wiederbelebung freudiana, che ricostruisce l’ineludibile grumo di senso che l’Antico è andato accumulando nel corso del tempo.
Ora, dunque, nell’ottica di una chiacchierata e un confronto tra colleghi, senza alcuna pretesa di dare indicazioni metodologiche o contenutistiche, provo a ricapitolare alcuni approcci di didattica delle discipline classiche, attraverso i percorsi della ricezione e l’analisi delle riscritture, che sono riuscita a mettere in atto nel corso degli anni. In via preliminare, debbo dire che sono stati essenzialmente due i miei punti di vista di riferimento: quello dell’insegnamento di Latino e Greco e quello dell’insegnamento di Italiano. Intendo soffermarmi per ora solo sul primo, dati i limiti di questo lavoro, ma mi riprometto di parlare anche del secondo in un eventuale prossimo intervento.
Tre puntualizzazioni in premessa.
1. Non si può pensare di lavorare in classe sulle riscritture sempre e per ogni autore, opera, testo, tema, ma è fondamentale individuarne alcune, anche una sola, selezionandone passaggi particolarmente significativi. Quello che nella didattica funziona ‘realmente’ non risiede infatti nella quantità catalogica delle nozioni, quanto nella creazione di snodi culturali e cognitivi fondanti ai fini di una formazione organica e criticamente consapevole. Per questo è importante soffermarsi su quei momenti della ricezione, che sono stati essi stessi motore e generatore di nuove spinte creative: per capirci, l’Ulisse di Dante non è più l’Odisseo di Omero, ma è divenuto esso stesso mito da cui altri autori e artisti hanno tratto nuova ispirazione.
2. Per quanto mi riguarda, prediligo le testimonianze di ricezione dell’Antico dell’Ottocento e soprattutto del Novecento, italiano ed europeo: in primo luogo per far sentire gli antichi più ‘vicini’ alle nuove generazioni e in grado di interagire profondamente con l’età contemporanea; in secondo luogo perché è proprio tra Ottocento e Novecento che la ricezione e la riscrittura sono divenute atto creativo scelto e consapevole. Illuminante l’opinione di Mario Martone (cfr. l’intervista con Massimo Fusillo, nel saggio Città e conflitto di Alessandra Orsini), secondo il quale il mondo antico, a livello linguistico, letterario, storico ed artistico-archeologico, ci si presenta frammentario, pieno di vuoti, disgregato: eppure proprio le mancanze costituiscono l’aspetto che più interessa un interprete, un artista che si confronta con esso. Riempire i vuoti, reintegrare e ricomporre sono le azioni delle riscritture, e per lo più questa consapevolezza autoriale e interpretativa si configura negli autori e dunque nelle riprese dell’Ottocento e del Novecento (per eccellenza età della frammentazione e della disgregazione dei saperi e dei valori).
3. Sarebbe anche preferibile non seguire esclusivamente il principio cronologico dall’inizio alla fine, partire dall’Antico per arrivare ai moderni, ma piuttosto presentare in prima istanza una suggestione dai moderni, dalle ultime e, se possibile, ultimissime riscritture, per fare poi il viaggio indietro, fino a riprendere i fili dell’inizio di tutto, con l’obiettivo di far sentire che la contemporaneità non può fare a meno di un’antichità che è ormai linguaggio, codice, categoria dell’immaginario e catalizzatore di nuovo senso.
Per esemplificare, provo a classificare alcuni criteri attraverso cui ho realizzato negli anni percorsi di didattica della ricezione e della riscrittura dell’Antico:
– temi: metodo molto sperimentato, in realtà, nella scuola, che però trova nel criterio della ricezione e delle riscritture un’articolazione più organica e sistematica (ad es. il taedium vitae, l’identità come narrazione di sé, l’incontro e l’alterità ecc);
– miti, nell’accezione di grandi figure come Odisseo, Edipo, Medea, Antigone, Dioniso, Eracle ecc. e nell’accezione di concetti, come il labirinto, la discesa nell’Aldilà, la metamorfosi ecc., (in entrambi i casi il criterio letterario e artistico si intreccia a quello antropologico e storico-filosofico);
– generi letterari, nel senso della loro evoluzione e rifunzionalizzazione: metodo che richiede un approccio più tecnico, ma non meno ricco di stimoli e implicazioni non solo letterarie (come accade se ci si accosta ai grandi generi come l’epica, la lirica, il dramma, il romanzo);
– singole opere: criterio molto strutturato e concentrato, si pensi ai rifacimenti e alle riscritture anche in codici diversi di tragedie, poemi, testi lirici. Come esempio, suggerisco un lavoro didattico da me più volte sperimentato con esiti diversi: la disamina della multiforme riscrittura dell’Orestea da parte di Pasolini, attraverso la lettura e il commento della tanto discussa traduzione per la messa in scena di Vittorio Gassman nel 1960 a Siracusa, attraverso lo studio e l’approfondimento in forma di sequel del dramma Pilade e attraverso la visione e l’analisi anche formale del film Appunti per un’Orestiade africana. La deformazione attualizzante di questi lavori pasoliniani ha colto e amplificato una delle possibili prospettive interpretative della trilogia eschilea: la demarcazione di un momento di passaggio tra ancestralità della concezione della colpa e la sua elaborazione in chiave politica e religiosa a metà del V sec. a.C., che Pasolini ha riproposto come crisi e fine dolorosa del mondo pre-civile e contadino sacrificato sull’altare della dea Ragione (Atena) e della democrazia capitalistica moderna;
– autori che sono diventati essi stessi leggende, o addirittura personaggi letterari, come ad esempio Omero (dai Sepolcri di Foscolo a Omeros di Dereck Walcott del 1992); Ovidio (Il mondo estremo di Christoph Ransmayr del 1989); Saffo (per la quale si può partire dal bel libro di Silvia Romani uscito nel 2022, Saffo, la ragazza di Lesbo);
– modi, intesi come punto di incontro tra generi, codici espressivi, funzionalità e contenuti dell’immaginario con aperture verso la filosofia e l’antropologia: ad esempio il “tragico” quale conflitto, domanda senza risposta, complessità dell’esistenza, o il “comico” quale rovesciamento dell’orizzonte di attesa, o il “mimetico-realistico”, che, come insegna Auerbach, problematizza la possibilità stessa di rappresentare la realtà da parte delle opere di finzione.
– ricodificazioni/transodificazioni di un testo antico in un’altra forma: dal teatro al film, al romanzo, alla lirica, all’arte figurativa, alla musica classica, lirica, pop, cantautorale, psichedelica e rock (esiste anche un genere che si chiama Epic-rock!); metodologia molto interessante da seguire a scuola, in modo un po’ meno approssimativo dell’usuale, tentando un rigore anche tecnico e specifico per i singoli linguaggi dei vari riadattamenti, soprattutto per una mentalità performativa e transmediale come quella in cui sono immersi i nostri ragazzi.
A livello strettamente metodologico e didattico-disciplinare, nel momento in cui si affrontano i testi antichi, ritengo sia irrinunciabile leggerli in lingua originale, talvolta con testo italiano a fronte, e concentrare il lavoro, come da “tradizione”, sulla traduzione, la lingua e la grammatica, tutti i vari aspetti metrici e stilistico-retorici. Ma inevitabilmente si dovranno mettere in evidenza quei punti e quegli elementi contenutistici, lessicali e formali che in potenza hanno dato vita alle varie interpretazioni.
Veniamo ora all’impatto didattico e al processo di apprendimento da parte degli studenti.
Questi ultimi in genere vengono coinvolti nella ricerca e nell’approfondimento individuale e/o di gruppo, espongono le loro riflessioni e infine svolgono verifiche mirate sia formative sia sommative: a volte in forma di colloquio orale, altre nella realizzazione di saggi critici, prodotti multimediali come PowerPoint. Mi sembra che siano degni di nota almeno tre risultati rilevati negli anni in classi e contesti diversi: prima di tutto una spinta ‘motivazionale’ dell’interesse e dello studio delle lingue e culture classiche, grazie anche a un sapere che si costruisce attivamente e non si riceve/ripete passivamente; in secondo luogo, l’apprendimento di un metodo critico e la capacità di utilizzarlo trasferendolo ad altri ambiti disciplinari e ad altri contenuti; infine lo sviluppo e la valorizzazione delle capacità creative individuali, che, soprattutto per alcuni studenti, si sono espresse in linguaggi diversi e personali (scrittura creativa, composizione di drammi, video, danza, pittura), partecipando così direttamente al processo artistico delle riscritture dell’Antico.
E a proposito di creatività, una modalità ‘speciale’ di studio e rielaborazione della ricezione degli antichi si esplica proprio nelle attività legate al Laboratorio di teatro classico γνῶθι σεαυτόν, che curo da anni: qui l’intertestualità, la ricezione dell’Antico, le ibridazioni e le riscritture anche in codici espressivi diversi si concretizzano e si esplicano pienamente. Procediamo in genere per gruppi di lavoro a livello di selezione di testi e materiali, traduzione, drammaturgia, scenografia, recitazione, musica, danza e vari aspetti tecnici (costumi, audio, video, fotografia, luci ecc), e quindi rielaboriamo insieme le diverse sezioni nella messinscena. Per esemplificare, propongo il lavoro realizzato nel 2022 dal titolo Dei remi facemmo ali. Primo Levi, Dante, Omero, in cui abbiamo cercato di costruire una articolazione poliprospettica delle relazioni tra opere e codici espressivi molto lontani e diversi tra loro. A partire infatti dal capitolo 11 di Se questo è un uomo, dedicato al recupero memoriale del Canto 26 dell’Inferno, abbiamo rintracciato la connessione tra l’Inferno e il Lager, a cui abbiamo intrecciato i passi in greco dell’Odissea incentrati sul viaggio, sul desiderio di conoscenza e sul naufragio, con l’intenzione di enucleare alcune idee di fondo presenti in tutte e tre le opere. L’intersezione e la riscrittura di queste ha prodotto un nuovo ulteriore nucleo di senso: l’essere umano può perdersi, essere distrutto e autodistruggersi, ma nella coscienza di sé, attraverso la Poesia e la Memoria, può ritrovarsi, “ritornare” a sé, salvarsi.
Preciso che i video dei nostri spettacoli sono pubblicati sul Canale YouTube del Liceo Classico M. Terenzio Varrone.
Mi fermo qui con questo sintetico racconto dell’esperenza didattica e relativa esemplificazione, e provo ad arrivare ad una conclusione, mantenendo viva l’attenzione sulle criticità e sulle difficoltà che mi trovo io stessa a sperimentare in un cammino irto di errori e ripensamenti. L’applicazione didattica della ricezione dell’Antico e delle sue riscritture è solo una delle tante possibilità, che certamente tutti noi cerchiamo di mettere in atto nella nostra quotidianità, per ridare energia ai nostri ambiti disciplinari e, come abbiamo detto, per riattivarne il dialogo con il mondo contemporaneo e le nuove generazioni.
Se continuiamo a funzionalizzare la nostra didattica allo svolgimento dei programmi, all’accumulo di conoscenze, al numero delle verifiche e delle valutazioni, alle prove dell’Esame di Stato, o peggio alla burocrazia, certamente lavori di approfondimento, ricerca, creatività e riflessione critica come quelli proposti possono sembrare disfunzionali, se non inutili. Ma se vogliamo ‘formare’ i ragazzi, lasciare un segno e permettere loro di aprire le menti sul mondo, dobbiamo assumerci la responsabilità di selezionare obiettivi e contenuti, modulare i tempi, ridefinire i metodi, programmare in modo interdisciplinare con un lavoro dei consigli di classe mirato, sistematico e affidabile. Se poi sentiamo anche il bisogno e l’urgenza di rinnovare l’idea stessa di liceo classico, di studio dell’antichità e delle materie umanistiche e di incidere a livello istituzionale, accettando calvinianamente la ‘sfida al labirinto’ della Contemporaneità, la nostra responsabilità non è soltanto scolastico-educativa. Diventa un impegno di cittadinanza e di (r)esistenza.

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